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Ambitionz Az a Ridah, lettura integrale: l'armatura del ritorno
Di Selim Rochat · 9 luglio 2026 · 20 min di lettura

Ambitionz Az a Ridah è uno dei testi decisivi per capire il Tupac di All Eyez on Me. Il brano apre l’album, e quella scelta pesa. Non è una canzone infilata a caso nella tracklist: funziona come una dichiarazione d’identità. Dopo il carcere, dopo la sparatoria del 1994, dopo la firma con Death Row Records, Tupac torna con una voce più dura, più minacciosa, più spettacolare. All Eyez on Me, pubblicato il 13 febbraio 1996 da Death Row e Interscope, è il suo quarto album in studio e l’ultimo uscito mentre era in vita. Ambitionz Az a Ridah è prodotto da Daz Dillinger e contiene un sample di Pee-Wee’s Dance di Joeski Love. Il pezzo è stato registrato ai Can-Am Studios di Los Angeles il 13 ottobre 1995, poco dopo la scarcerazione di Tupac.
Il termine chiave: ridah
Per chi arriva da fuori, bisogna partire dalla parola che regge tutto: ridah. Nell’inglese standard, rider indica semplicemente chi cavalca o chi guida. Nel gergo del rap e della strada, un ridah è qualcuno che viaggia con i suoi, che passa all’azione, che resta leale, che è pronto ad affrontare la polizia, i nemici, il carcere o la morte. La parola tiene insieme movimento, fedeltà, attacco, coraggio e criminalità. Dichiararsi ridah senza mezzi termini non vuol dire soltanto sapersi difendere o guidare un’auto. Vuol dire proclamarsi interamente dentro quella vita, senza arretrare, pronti a fare ciò che quell’identità pretende.
L’introduzione è costruita come un ingresso sul ring. La presenza di Michael Buffer, celebre annunciatore di boxe con la sua formula di chiamata al combattimento, non è decorativa: trasforma il brano in un incontro. Tupac non comincia raccontando. Entra nell’arena. La canzone diventa un match, ma un match in cui i colpi non sono soltanto sportivi. Si parla di polizia, di strada, di soldi, di donne, di nemici, di morte e di sopravvivenza. Il richiamo a Michael Buffer inscrive quindi il pezzo in una drammaturgia dello scontro pubblico.
La prima frase, ripetuta, è un rifiuto di negare. Tupac non si difende. Non cerca di rendersi rispettabile. Assume pubblicamente la persona del ridah. Quella frase risponde in modo implicito a tutte le accuse che gli sono state rivolte: violento, thug, pericoloso, criminale, provocatore, ingestibile. Invece di smentirle, le rovescia in identità. È un gesto retorico centrale in Tupac: trasformare l’accusa in blasone.
Il seguito dice che nessuno, in fondo, vuole davvero prendersela con lui. Afferma che la polizia gli spara addosso ma non può nulla contro un G. Il G qui è il gangster, il vero uomo di strada, quello che regge la pressione. La polizia è una presenza cardine nell’immaginario di Tupac: rappresenta insieme lo Stato, la violenza istituzionale, la sorveglianza dei neri poveri, l’arresto, l’umiliazione, la minaccia permanente. Ma in questo ritornello viene anche resa impotente. Perfino quando spara, non riesce a colpire l’essenza del personaggio.
La massima M.O.B., i soldi prima delle donne, condensa uno degli aspetti più duri e più problematici del brano. È una massima da giocatore, da protettore simbolico, da sopravvissuto capitalista brutale. Appartiene al vocabolario sessista del gangsta rap degli anni Novanta. Va detto chiaramente: quella logica riduce le donne a distrazioni, rischi, oggetti di piacere o fonti di tradimento. Ma nel testo funziona anche come principio di disciplina: non lasciarsi deviare dall’obiettivo economico.
La prima strofa: cicatrici dentro il lusso
La prima strofa si apre con un’immagine fulminante: cicatrici da campo di battaglia dentro auto di lusso. Tutta la contraddizione del Tupac di All Eyez on Me sta lì. Il lusso non cancella la guerra. Le auto sono comode, costose, lucide, ma i corpi che le occupano portano i segni della violenza. Tupac non descrive un successo sereno. Descrive un successo blindato, braccato, tormentato. La rap star vive nella morbidezza e nel lusso, ma con una memoria da soldato.
Quando dice che la vita da rap star non vale nulla senza scorta, demolisce l’immagine ingenua della celebrità. La star non è libera. È esposta. Ha bisogno di protezione. Nel caso di Tupac non è soltanto una metafora: dopo la sparatoria del 1994, dopo i conflitti pubblici, dopo il carcere, la celebrità diventa uno spazio di pericolo. Essere visibili significa essere nel mirino.
Si descrive poi come nato rude e resistente. Una nascita quasi mitologica. Tupac non dice di essere diventato duro per scelta estetica; presenta la durezza come condizione d’origine. Si rivolge al grande pubblico, ma con un atteggiamento di rifiuto, quel gestaccio al mondo che non è soltanto una volgarità. È una filosofia di sopravvivenza: quando il mondo è ostile, a volte bisogna avanzare senza chiedere permesso.
La frase secondo cui il pubblico ama quell’atteggiamento è importante. Tupac sa che la sua violenza viene consumata. Sa che l’industria e il pubblico godono nel vedere un uomo nero incarnare la trasgressione, la rabbia, il pericolo. C’è quindi già una critica implicita dello spettacolo: ciò che lo distrugge è anche ciò che lo vende. Il pubblico vuole il Tupac incontrollabile. Death Row e il mercato del rap capitalizzano su quell’immagine.
Il passaggio sul soldato che deve mantenere la calma precisa la disciplina dietro la violenza. Fare il soldato non vuol dire soltanto sparare o insultare. Vuol dire tenere la posizione, controllare i nervi, restare stabili sotto pressione. Il ridah non è un semplice esaltato. Deve saper agire a freddo, anche dentro una vita complicata.
Tupac afferma poi che la vita è complicata, ma diventa ciò che ne fai. Questa frase stona con il fatalismo apparente del resto. Introduce una quota di responsabilità individuale. Anche in un mondo violento, anche sotto la pressione della polizia e dei nemici, resta un modo di costruirsi. Ambitionz Az a Ridah non è quindi soltanto un testo di lamento. È un testo di costruzione di sé.
Il titolo riaffiora allora dentro la strofa: le sue ambizioni da ridah. Ambizione è una parola che conta. Il brano non è soltanto una celebrazione della violenza. Parla di un progetto. Tupac vuole salire, vincere, sopravvivere, dominare, vendicarsi, essere riconosciuto, non essere più povero, non essere più umiliato. Il ridah non è soltanto un criminale; è un uomo che trasforma la violenza in traiettoria.
Il passaggio sessuale che segue è brutale. Tupac vi descrive la conquista di una donna come un episodio rapido, cinico, quasi meccanico. Le parla, la porta in albergo, mette in mostra i soldi, l’auto, lo status. La donna non è trattata come soggetto. Viene integrata nel dispositivo di dominio maschile. È un passaggio moralmente sgradevole, ma mostra la coerenza della persona: il ridah deve restare concentrato su denaro e potere, usando al tempo stesso il desiderio come prova di prestigio.
La menzione della Benz e del denaro indica che la sessualità è qui legata al successo materiale. Il corpo femminile convalida lo status maschile. L’auto, i soldi, l’albergo e il linguaggio di strada formano un unico sistema simbolico. In questa economia poetica, sedurre, possedere, viaggiare, fumare e pagare sono segni di potenza.
La cannabis di alta qualità, la sensazione di stare in cima, poi il rivolgersi da giocatore a giocatore collocano Tupac in una comunità di player. Il player non è soltanto un seduttore. È qualcuno che conosce il gioco sociale, che sa manipolare le apparenze, leggere gli interessi, negoziare desiderio e denaro. Il game è spietato: le regole sono dure, gli errori costano cari, tutti cercano di vincere.
Tupac passa poi dalle preghiere e dall’hustle all’idea di far pagare gli altri. Una transizione significativa. Il mondo del brano mescola spiritualità, sopravvivenza economica e violenza. Le preghiere non sostituiscono l’hustle. Coesistono con esso. Il personaggio prega, vende, desidera, minaccia, ride, si protegge. È una coscienza contraddittoria, non un modello morale semplice.
Quando dice di non avere tempo per le donne perché avrebbero cercato di raggirarli, torna a una diffidenza generalizzata. Le donne vengono descritte come sospette, interessate, pericolose per il denaro e per la concentrazione. Questa misoginia è strutturale nel brano. Non si può minimizzare. Fa parte della durezza rivendicata, ma rivela anche una paura: la paura di essere manipolato, svuotato, tradito, distolto dall’obiettivo.
La missione del meal ticket è un’espressione centrale. Il meal ticket è ciò che permette di mangiare, di vivere, di uscire dalla povertà. Tupac è in missione per il suo milione. Il sogno non è astratto. È contabile, vitale, quasi alimentare. Il denaro non è soltanto lusso; è protezione contro il ritorno alla miseria.
La competizione lo stanca e lo irrita, ma lo alimenta. Il rap è qui un campo di battaglia economico. I concorrenti, gli invidiosi, le etichette, le donne interessate, i nemici: tutti partecipano a una pressione costante. Tupac dice che continuerà a rimare nonostante tutto. La scrittura diventa un’arma di tenuta. Resta nel gioco perché la parola è il suo modo di sopravvivere.
La vecchia formula del coraggio senza il quale non c’è gloria riassume l’etica del pezzo. È una morale del rischio. La gloria non si riceve; si prende. Esige esposizione, violenza, audacia, pericolo. In questa logica, la prudenza somiglia alla debolezza.
Death Row, la fortezza
La frase su Death Row è essenziale per capire il contesto. Death Row Records è l’etichetta californiana diretta da Suge Knight, associata al gangsta rap della West Coast, a Dr. Dre, Snoop Dogg, Tha Dogg Pound, e poi a Tupac. Dopo il carcere, Tupac entra in Death Row. Nel brano presenta quella scelta come una risposta alla diffidenza verso l’industria: visto che non può fidarsi della gente del business, si schiera con Death Row. All Eyez on Me è esattamente l’album di quell’alleanza.
Nel testo, Death Row funziona come un rifugio armato. Non è soltanto un’etichetta. È una fortezza simbolica. Il nome stesso evoca il braccio della morte. L’etichetta dà a Tupac un’estetica di pericolo istituzionalizzato. Non è più soltanto l’artista ferito di Me Against the World; diventa il campione di una macchina più aggressiva, più lussuosa, più minacciosa.
Le donne attirate dal denaro diventano poi sospette. Complottano, pianificano, cercano di tendere trappole. Il mondo è fatto di piani nascosti. Tupac vive in un regime di sospetto. Chiunque può volere la sua fortuna, il suo corpo, il suo nome o la sua caduta. La ricchezza non produce tranquillità. Produce una nuova paranoia.
La risposta del ridah è stare in guardia: attento, preparato, vigile. Tupac si nomina accanto a Syke e Bogart, membri della sua cerchia, e li presenta armati quella stessa sera. La lealtà, dunque, è armata. Il gruppo non si definisce per una fratellanza sentimentale, ma per una disponibilità al pericolo. Gli amici sono quelli che restano pronti quando arrivano i guai.
La fine della prima strofa afferma che i nemici sono invidiosi perché in fondo vorrebbero essere lui. È un’idea ricorrente in Tupac. L’avversario non odia soltanto; invidia. Attacca perché vuole il posto, l’aura, la potenza, la libertà del personaggio. Tupac trasforma così l’odio ricevuto in prova di grandezza. Se gli altri lo detestano, è perché vorrebbero essere lui.
Il ritornello torna con la sua formula martellata. Lui non nega. È un ridah. Meglio non provocarlo. La polizia spara, ma non può nulla contro un G. La ripetizione funziona come un giuramento. A ogni ritorno del ritornello, l’identità si indurisce. Il brano non avanza verso un’altra verità; conficca la stessa verità dentro il suono.
La seconda strofa: piuttosto morire liberi
La seconda strofa si apre con il desiderio di elevarsi sopra gli invidiosi. Ma quell’elevazione non è pacifica. Quando arriva il momento di partire, lui è il primo a salire in macchina e a chiedere l’arma. L’ascesa sociale e la partenza per il combattimento si confondono. Non si eleva fuori dalla violenza; si eleva attraverso di essa.
La richiesta della calibro 9 indica una pistola. Il testo trasforma l’urgenza in scena d’azione. Tupac è pronto a morire sul posto. La frase è insieme spavalderia e pulsione suicida. Dice, in sostanza, che è meglio morire combattendo che vivere catturati, umiliati o sconfitti. È uno dei grandi temi tragici di Tupac: la morte fa paura, ma è anche integrata come possibilità quotidiana.
Quando dice di essere difficile da uccidere, rimanda a tutta la sua mitologia personale di sopravvissuto. Dalla sparatoria del 1994, Tupac costruisce l’immagine di un uomo che i proiettili non hanno finito. Un’immagine che riaffiora in diversi brani. Non serve soltanto a minacciare i nemici. Serve a trasformare il trauma in forza narrativa.
Preferisce morire piuttosto che essere catturato. Questa frase pesa nel contesto americano, soprattutto per un uomo nero già passato per il carcere. La cattura significa la polizia, il tribunale, la prigione, la perdita del corpo, la dipendenza dall’istituzione. Tupac pone quindi un’alternativa estrema: morire libero e armato, oppure essere preso da un sistema che odia. Il brano sceglie la prima opzione.
Il richiamo alla madre crea una rottura. Nel pieno della spavalderia, Tupac chiede in sostanza a sua madre di venire a salvarlo. Questa intrusione della figura materna incrina la persona guerriera. Ritroviamo il Tupac di Dear Mama, quello che resta bambino davanti alla madre. Ma la frase viene subito legata a pensieri suicidi. Il ridah non è soltanto violento; è mentalmente sull’orlo del baratro.
Afferma la propria innocenza, ma annuncia che se lo prenderanno voleranno proiettili. Questa contraddizione è centrale. Si pensa innocente in un senso morale o esistenziale, eppure pronto a rispondere con la violenza. L’innocenza non produce sottomissione. Produce rabbia: poiché si sente preso di mira ingiustamente, ritiene legittimo difendersi fino in fondo.
Il rifiuto del carcere è esplicito. Tupac esce allora da un periodo di detenzione che ha segnato la sua traiettoria e il suo immaginario. Nel brano, tornare in prigione è peggio che morire. Un’idea tragica: l’istituzione penitenziaria non appare come correzione o giustizia, ma come cancellazione di sé.
Il riferimento a Tyson rimanda a Mike Tyson, pugile americano, campione del mondo dei pesi massimi, condannato nel 1992 e incarcerato, poi tornato sul ring dopo la scarcerazione. Tupac era vicino a Tyson e ha registrato una versione alternativa del brano, Ambitionz Az a Fighta, per il suo incontro di rientro nel 1995. Nel testo, il richiamo a Tyson permette di accostare Tupac a un altro uomo nero celebre, violento, ammirato, condannato, poi rimesso in scena come combattente. L’ironia della storia è nota: sarà proprio all’uscita da un incontro di Tyson, a Las Vegas, che Tupac verrà freddato.
L’impegno thug a vita inscrive la strofa nell’identità Thug Life. In Tupac, Thug Life non è soltanto una glorificazione del crimine. È anche un modo di nominare la condizione dei poveri, dei giovani neri criminalizzati, dei figli prodotti da un sistema violento e poi condannati per la violenza che riproducono. Ma in Ambitionz Az a Ridah quella dimensione politica viene assorbita dalla postura di combattimento: se si crede in questa vita, bisogna essere pronti a morire per essa.
La frase sulla scelta della propria morte è una delle più dure del pezzo. Quando arriva il momento di morire, bisogna essere uomini e scegliere la propria uscita. Siamo dentro un’etica stoica deformata dalla strada: poiché la morte è inevitabile, l’unica libertà rimasta è decidere come affrontarla. Ma quella nobiltà apparente si fa subito violenta: niente pace, niente polizia. La seconda strofa si chiude quindi su una dottrina: la pace è respinta, la polizia è respinta, la cattura è respinta, il carcere è respinto. Resta soltanto lo scontro. Il ridah è colui che rifiuta ogni mediazione.
La terza strofa: la reincarnazione
La terza strofa parte da un’idea importante: parole omicide. Tupac non separa la scrittura dalla violenza. Le parole sono armate degli spiriti dei thug che lo hanno preceduto. Questa immagine dà al rap una dimensione quasi ancestrale. Non parla da solo; parla con i morti, con chi c’era prima di lui, con le figure della strada, tutti quelli che hanno vissuto e sono scomparsi prima di lui.
Dice di dover evitare il quartiere e la polizia, perché sa che vengono a prenderlo. La celebrità non ha eliminato la caccia. L’ha resa più visibile. Il personaggio vive nell’attesa dell’arresto, della sparatoria, della trappola. Lo spazio pubblico è pericoloso. La strada, che era origine e territorio, diventa anche zona di cattura.
Racconta di aver esitato a ricomparire, di essere rimasto assente per anni, poi annuncia il suo ritorno. Storicamente, questa frase corrisponde al Tupac tornato dopo il carcere e reinsediato nel paesaggio rap con un’intensità estrema. All Eyez on Me è l’album di quel ritorno massiccio: doppio album, visibilità massima, tono trionfale e paranoico.
Gli avversari ridotti alle lacrime appartengono alla logica della rivincita. Tupac non vuole soltanto sopravvivere. Vuole che chi ha dubitato, complottato o riso di lui ne paghi il prezzo emotivo. Vuole trasformare la loro sicurezza in paura. È il movimento tipico del sopravvissuto vendicatore: tornare per far sentire ai nemici che non ce l’hanno fatta.
La frase sui metodi e sul cambio di marcia indica una capacità di adattamento. Tupac non è soltanto frontale; sa variare i ritmi, le tattiche, i modi d’attacco. È anche un’immagine musicale: cambiare marcia è cambiare flow, pressione, intensità. Il ridah è stratega quanto soldato.
L’immagine del seme corrotto di sua madre è fortissima. C’è qui una colpa profonda. La madre, in Tupac, è spesso amata, sacra, sofferente. Dirsi seme corrotto di sua madre significa riconoscere di venire da lei ma di essere stato guastato dal mondo. Non accusa semplicemente la madre. Dice che ciò che il mondo ha fatto di suo figlio è la corruzione di qualcosa che avrebbe potuto essere puro.
Il riferimento ai proiettili che non hanno finito il lavoro torna ancora. I nemici lo hanno colpito, ma non hanno ridotto i suoi poteri. Questa frase trasforma la sparatoria in una scena da supereroe nero e tragico. Il tentativo di distruzione accresce la leggenda. Chi viene ferito torna più pericoloso. Il trauma diventa carburante mitologico.
Accusa poi dei vigliacchi di avergli teso una trappola, compresi uomini del suo stesso campo. Questa idea del tradimento interno è essenziale nel Tupac di quel periodo, quella che seguo nell’articolo sui tradimenti. Il nemico non sta soltanto fuori. Sta anche nella squadra, nella cerchia, nella prossimità. È questo a produrre la paranoia: se perfino chi gli sta più vicino può partecipare alla caduta, allora nessuno è del tutto affidabile.
L’idea del ritorno da reincarnato dà al brano il suo asse spirituale. Tupac non dice semplicemente di essere uscito di prigione. Il carcere, la sparatoria e la scomparsa mediatica diventano una morte simbolica; l’uscita diventa rinascita. Una rinascita non dolce. È una reincarnazione in forma di minaccia.
Precisa che era in carcere quando rifletteva sul modo in cui Dio aveva disposto le cose. La prigione diventa un luogo di contemplazione. Ma quella contemplazione non produce pace. Produce una comprensione tragica della sua missione: tornare, scrivere testi leggendari, farsi mercenario musicale, far pagare i nemici.
L’espressione del mercenario musicale è capitale. Un mercenario combatte per denaro, non per una causa pura. Tupac si presenta dunque come artista armato e professionista della guerra sonora. Sa che l’industria paga la violenza spettacolare. Per denaro può seppellire simbolicamente i suoi nemici. Una frase cinica, ma lucida: il rap è anche un mercato dello scontro.
La posta ricevuta in carcere gioca un ruolo importante. Racconta di aver ricevuto molte lettere che gli chiedevano di distruggere tutto musicalmente, di tornare più forte. Questo mostra che il pubblico partecipa alla costruzione del Tupac vendicatore. Gli ascoltatori, i fan, le persone a lui vicine, l’industria attendono il suo ritorno come un evento violento. Tupac non è il solo responsabile della persona; è anche reclamata da chi vuole vederlo colpire.
L’invito ad assistere all’apparizione del più vero è centrale. La parola realest conta, nel rap. Essere il più vero non significa soltanto essere sinceri. Significa incarnare senza distanza ciò che si dice. Tupac afferma che la sua storia prova che lo è sempre stato. L’autenticità non è qui una qualità interiore; è dimostrata dal passato, dal carcere, dalle ferite, dai conflitti, dai morti intorno a lui.
La fine della terza strofa torna alla rivincita contro chi lo ha raggirato e contro i vigliacchi che li accompagnavano. Essere raggirati significa essere manipolati, ingannati, usati, trattati da ingenui. Tupac non sopporta quella posizione. Tutta la persona del ridah consiste nel rifiutare di essere quello che si lascia raggirare. Se è stato raggirato, tornerà per rovesciare la situazione.
Il ritornello finale ripete l’identità fino alla saturazione. Questa ripetizione non è informativa. È performativa. A forza di ripetere la frase, il brano fabbrica ciò che afferma. Tupac diventa, nell’orecchio di chi ascolta, l’uomo che descrive.
Un manifesto del dopo-carcere
Per chi arriva da fuori, Ambitionz Az a Ridah può sembrare soltanto una glorificazione della violenza, del machismo, del denaro e delle armi. Sarebbe una lettura insufficiente. Il brano fa tutto questo, e non va scusato. La sua misoginia è costante. La sua fascinazione per le armi è esplicita. Il suo rifiuto della pace è brutale. Ma è anche un testo di ritorno, di trauma, di carcere, di paranoia, di celebrità pericolosa e di rinascita nera in forma aggressiva.
Il testo è costruito su più tensioni. Lusso contro cicatrici. Star contro fuggiasco. Denaro contro vulnerabilità. Madre contro corruzione. Polizia contro G. Donna desiderata contro donna sospetta. Dio contro mercenario musicale. Prigione contro reincarnazione. Queste contraddizioni non sono debolezze accidentali. Sono il cuore del pezzo. Tupac non propone un’identità pura. Mostra un’identità fabbricata nella contraddizione.
La poesia del brano poggia sul martellamento. Le frasi tornano come slogan. Le immagini sono dure, immediate, fisiche: cicatrici, auto, armi, proiettili, prigione, madre, sangue, lettere, denaro, corpi. Tupac non scrive nell’astrazione. Pensa per scene. Dà a ogni idea una superficie concreta.
Il pezzo è anche una macchina che fabbrica una persona. Impone il Tupac di Death Row: meno introspettivo che in Me Against the World, più offensivo, più spettacolare, più pericoloso. Non che il vecchio Tupac sparisca. La madre, il carcere, la paura, Dio, la vulnerabilità sono ancora lì. Ma vengono presi dentro un’armatura nuova. La tenerezza è ricoperta di cuoio, metallo, denaro e minaccia.
Ambitionz Az a Ridah è dunque un manifesto del dopo-carcere. Dice, in sostanza, di essere tornato, di non voler negare nulla, di essere ciò che il mondo teme, compra, accusa e ha cercato di uccidere. La polizia può sparare, i nemici possono complottare, l’industria può sfruttare, le donne possono tradire, gli invidiosi possono parlare: il ridah continua.
Nell’economia generale dell’opera di Tupac, questo brano è l’opposto di un testo come I Ain’t Mad at Cha. I Ain’t Mad at Cha accetta il cambiamento con malinconia. Ambitionz Az a Ridah rifiuta la pacificazione e sceglie la reincarnazione guerriera. In Hit ‘Em Up, la ferita diventa attacco mirato contro nemici con nome e cognome. In Ambitionz Az a Ridah, la ferita diventa identità globale. Non è soltanto un singolo avversario a essere preso di mira. È il mondo intero a essere messo davanti al ritorno di un uomo ferito.
La grandezza torbida del pezzo sta esattamente lì. È moralmente duro, spesso brutto, sessista, paranoico, violento. Ma è poeticamente efficace perché condensa in pochi minuti lo stato psichico di un artista uscito di prigione, convinto di essere stato tradito, persuaso di essere sorvegliato, sostenuto da un’industria che vende la sua pericolosità, e deciso a trasformare la propria sopravvivenza in spettacolo di potenza.
Ambitionz Az a Ridah non è un testo di pace. Non è un testo di guarigione. È un testo di armatura. Tupac vi presenta la ricostruzione di sé nella forma più inquietante: non ridiventare umani dopo la ferita, ma diventare più duri di ciò che ha ferito. Il brano affascina perché fa sentire un’energia di ritorno quasi invincibile. Inquieta perché quell’energia sembra già sapere che non potrà durare.
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