L'eredità
Gli album postumi: guida alla cernita
Di Selim Rochat · 8 luglio 2026 · 4 min di lettura

Tupac è morto nel settembre 1996 lasciandosi dietro centinaia di pezzi registrati. Lavorava a un ritmo che nessuno ha mai eguagliato, più tracce per sessione, a volte in una sola take. Risultato: da trent’anni il catalogo postumo si accumula, e chi arriva adesso ci si perde. Sarò franco, come lo sarei stato con un amico al reparto dischi: non tutto vale. Ecco la mia cernita, album per album.
Lo zoccolo duro: quello che merita davvero l’ascolto
R U Still Down? (Remember Me) (1997). Il primo album postumo, e uno dei più onesti. Raccoglie registrazioni del periodo 1992-1994, quindi precedenti a Death Row, con ritocchi di produzione limitati. Ci si sente il Tupac dell’epoca di Me Against the World, introspettivo, melodico, spesso struggente. Se compri un solo postumo di studio, è questo.
Greatest Hits (1998). Sì, una compilation. Ma non una qualsiasi: è qui che esce Changes, pezzo registrato nel 1992 e rimasto inedito mentre era in vita, diventato da allora il suo titolo più noto al grande pubblico. Doppio disco, selezione intelligente che copre tutte le fasi, dal primo album a Makaveli. Da regalare, per scoprire, per la macchina: difficile fare di meglio. Il vinile, ristampato più volte, è splendido.
Until the End of Time (2001). Il primo postumo supervisionato da Afeni Shakur dopo il recupero dei master. Doppio album, quindi disomogeneo per costruzione, ma la title track e una manciata di pezzi giustificano l’acquisto. È anche il primo disco in cui la questione dei ritocchi si pone sul serio: strumentali rifatti, ospiti aggiunti. Ci torneremo.
Better Dayz (2002). Stessa formula, doppio album tratto dagli archivi Death Row del 1996, il periodo di All Eyez on Me. Disomogeneo anche lui, ma il meglio è ottimo, e l’insieme rende bene la produttività allucinante dei suoi ultimi mesi. Più per chi è già convinto che per chi comincia.
Tupac: Resurrection, la colonna sonora (2003). Il documentario di Lauren Lazin, costruito interamente sulla voce di Tupac che racconta la propria vita, è stato candidato all’Oscar per il miglior documentario. La colonna sonora, supervisionata da Eminem, mescola classici e inediti rimaneggiati. Il film conta più del disco, e lo consiglio senza riserve. La colonna sonora, di suo, vale per due o tre tracce.
La zona grigia: i prodotti da catalogo
Loyal to the Game (2004). Il caso di scuola. Prodotto quasi per intero da Eminem, a partire da a cappella degli anni Novanta appoggiati su strumentali del 2004. Tra i puristi, e io lo sono a metà, il disco fa storcere il naso: le produzioni sincopate di Eminem trascinano la voce di Tupac verso un’estetica che non è mai stata la sua, e certi featuring aggiunti suonano francamente anacronistici. Resta che l’album ha venduto benissimo e che qualche traccia funziona. Curiosità, non necessità.
Pac’s Life (2006). Pubblicato per il decennale della morte. Fondo di magazzino dichiarato: gli archivi più forti erano già usciti, gli ospiti contemporanei si accalcano su strofe che non erano destinate a loro. È il disco che non rimetto mai. I ricavi hanno finanziato la fondazione creata da Afeni, e questo va tutto a suo onore, ma sul piano artistico si tocca il fondo del filone.
La questione degli overdub
Attraversa tutto il catalogo postumo, quindi mettiamola sul tavolo. Tupac ha lasciato nastri, non album finiti. Ogni disco postumo nasce dunque da scelte fatte da altri: tenere lo strumentale d’origine o rifarlo, lasciare il pezzo nudo o invitare un artista di grido. Più si va avanti nel tempo, più prevale la seconda opzione, e più il risultato si allontana da quello che Tupac avrebbe approvato. Il mio criterio personale: più la produzione è vicina all’epoca della registrazione, più il disco è affidabile. R U Still Down? supera il test. Pac’s Life no.
L’eredità consacrata
Due tappe recenti incorniciano tutto questo. Nel 2017 Tupac è entrato nella Rock and Roll Hall of Fame, al primo anno di eleggibilità, introdotto da Snoop Dogg. Per un rapper morto a venticinque anni, la consacrazione dice l’evidenza: appartiene alla storia della musica americana, non solo a quella del rap.
E nel 2023 il canale FX ha trasmesso Dear Mama, la serie documentaria di Allen Hughes in cinque episodi, che racconta in parallelo la vita di Afeni Shakur, militante delle Black Panthers, e quella di suo figlio. È, di gran lunga, il miglior documento mai dedicato a Tupac: archivi inediti, testimonianze di prima mano, e uno sguardo che ricolloca la musica nella storia politica da cui è uscita. Se il labirinto postumo ti scoraggia, comincia da lì, poi torna ai dischi con la mia guida da dove cominciare.
Il mio ordine d’acquisto, per chiudere
Greatest Hits per primo, per la visione d’insieme e per Changes. Poi R U Still Down?, il postumo di studio più sincero. Until the End of Time e Better Dayz per approfondire. Il resto, solo se ti prende la passione. E prende in fretta.
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