L'eredità
Il processo di Las Vegas: che cosa si gioca dal 10 agosto 2026
Di Selim Rochat · 23 luglio 2026 · 9 min di lettura
Il 10 agosto 2026, in un’aula della contea di Clark, a Las Vegas, dodici giurati cominceranno a esaminare la notte del 7 settembre 1996. Trent’anni dopo i fatti, a tre settimane dal trentesimo anniversario della morte di Tupac Shakur, l’unico uomo mai incriminato per quell’omicidio andrà a giudizio. Si chiama Duane Davis, lo conoscono come Keffe D, ha circa sessantatré anni, e si dichiara non colpevole. Ho già raccontato altrove quella sera, ora per ora; non ci torno. Quel che segue è un’altra cosa: una guida per capire che cosa accadrà in quell’aula, che cosa vi si è già deciso prima ancora dell’apertura, e che cosa aspettarsene. O non aspettarsene. Seguirò le udienze qui, su questa pagina e sul sito, finché dureranno.
L’uomo alla sbarra, secondo il fascicolo
Cominciamo da quel che sostiene l’accusa, tenendo bene a mente che di un’accusa si tratta. Secondo il fascicolo del Nevada, Duane Davis era una figura dei South Side Crips di Compton, la gang cui apparteneva suo nipote, Orlando Anderson, il giovane che Tupac e l’entourage di Death Row avevano pestato nell’atrio dell’MGM Grand qualche ora prima della sparatoria. L’accusa sostiene che Davis si trovasse nella Cadillac bianca che si portò all’altezza della BMW al semaforo rosso di Flamingo e Koval, e che sia stato lui a orchestrare la rappresaglia. Anderson, dal canto suo, ha sempre negato ogni coinvolgimento, non è mai stato incriminato, ed è morto nel 1998 in una sparatoria senza legami con il caso.
Perché Davis, e perché soltanto lui, un quarto di secolo più tardi? Perché ha parlato. A partire dal 2018, in interviste televisive, poi nel 2019 in un libro di memorie, Compton Street Legend, si è presentato come testimone diretto di quella notte, presente in macchina. Nel settembre 2023, un grand jury della contea di Clark lo ha incriminato per omicidio. È stato arrestato il 29 settembre 2023 e da allora è l’unico nome mai iscritto in un atto d’accusa per la morte di Tupac Shakur.
Va detto subito che cosa rende questo fascicolo così singolare, e così fragile in apparenza: i racconti pubblici di Davis sono cambiati nel corso degli anni. Ha descritto la scena in più modi, con ruoli distribuiti diversamente a seconda dell’intervista, e in altri momenti ha anche affermato di essere stato pagato per raccontare storie che vere non erano. Non scelgo tra queste versioni, e non è una precauzione di stile: nessuno può scegliere al posto mio, è esattamente il lavoro della giuria. Per Duane Davis vale la presunzione di innocenza. Questa frase non è una formula, è la regola del gioco che comincia il 10 agosto.
Ventisette anni per arrivarci
La domanda che tutti si fanno è quella giusta: come ha potuto un omicidio commesso in pubblico, nel cuore dello Strip, davanti a decine di testimoni, restare senza incriminazione per ventisette anni? Una parte della risposta l’ho data nel racconto di quella notte: i testimoni hanno taciuto, l’entourage di Tupac per primo, e la polizia di Las Vegas ha trattato a lungo il caso come una guerra tra gang di cui nessuno voleva consegnarle le chiavi. L’altra parte della risposta sta nel contesto, quella guerra delle coste che aveva trasformato due scene musicali in campi trincerati e reso impensabile, da entrambe le parti, qualunque collaborazione con la polizia. Quando la lealtà di strada vieta di parlare e la vittima stessa appartiene a un campo, l’inchiesta soffoca. E ha soffocato.
Il fascicolo è tornato in vita solo perché Davis ha scelto, per ragioni che saranno appunto dibattute al processo, di raccontare pubblicamente quella notte. È il paradosso fondativo di questo processo, e bisogna guardarlo in faccia: l’accusa poggia in larga misura sulle parole dell’imputato stesso. Non su un’arma ritrovata, non su un testimone oculare spuntato dal nulla. Su interviste, un libro, dichiarazioni. La difesa dirà che quelle parole erano messinscena, leggenda trasformata in merce, un personaggio indossato per vendere. L’accusa dirà che sono confessioni ripetute per anni. La giuria ascolterà entrambi.
Bisognava però che il processo si tenesse. Dall’arresto, Davis è detenuto senza cauzione, e la data di apertura è slittata due volte. Fissato dapprima per marzo 2025, il processo è stato rinviato a febbraio 2026 su richiesta della difesa, che voleva tempo per sentire dei testimoni, poi da febbraio al 10 agosto, per via del volume del fascicolo istruttorio. Un caso che dura da trent’anni produce montagne di atti, e ogni rinvio ha alimentato il sospetto, familiare a chiunque segua questa vicenda dal 1996, che non ci si sarebbe mai arrivati. Stavolta, nel momento in cui scrivo, il calendario sembra reggere. E mette i giurati in pieno trentesimo anniversario, il che spiega una parte delle precauzioni di cui parlo adesso.
Che cosa si è già deciso il 30 giugno
Un processo americano si gioca in parte prima dell’apertura, in quelle udienze preliminari in cui il giudice decide che cosa la giuria avrà il diritto di sentire. Il 30 giugno 2026 la giudice Carli Kierny ha emesso una serie di decisioni che disegnano il terreno, e meritano di essere tradotte in linguaggio corrente.
Primo: la giuria sarà parzialmente isolata. La difesa chiedeva l’isolamento totale, cioè giurati tagliati fuori dal mondo per tutta la durata dei dibattimenti, hotel, telefoni confiscati, contatti controllati, per proteggerli dal diluvio mediatico che si annuncia. La giudice ha respinto la versione totale e adottato una formula parziale. È un compromesso raro, che dice qualcosa dell’ampiezza attesa della copertura: non si isola, nemmeno in parte, la giuria di un caso ordinario.
Secondo: il libro entra in aula. Compton Street Legend, le memorie pubblicate nel 2019, è stato ammesso come prova. In concreto, l’accusa potrà leggerne dei passaggi alla giuria e chiedere a Davis di spiegarsi su quel che vi racconta. Per la difesa è un rovescio serio: il suo assistito sarà messo di fronte al proprio testo.
Terza decisione: anche le dichiarazioni di Davis alla polizia sono ammesse. La difesa aveva depositato una mozione per farle escludere, lo strumento classico per tenere fuori dal processo parole dette agli investigatori, in genere sostenendo che sono state ottenute irregolarmente. Mozione respinta. La giuria sentirà dunque quel che Davis ha detto ai poliziotti, oltre a quel che ha detto alle telecamere e scritto nel suo libro.
Infine, la giudice ha autorizzato l’accusa a invocare i presunti legami di gang per stabilire un movente. È un punto più tecnico di quanto sembri. In molti processi le affiliazioni attribuite a un imputato vengono escluse perché rischiano di farlo condannare per ciò che è invece che per ciò che ha fatto. Qui la giudice ha ritenuto che la logica di rappresaglia tra gang fosse al cuore del racconto dell’accusa, e che senza di essa il movente non si potesse raccontare. La difesa contesterà ovviamente la realtà di quei legami e la lettura che se ne dà.
Quattro decisioni, un unico effetto d’insieme: il processo si giocherà in larghissima parte sulla parola di Davis, in tutte le sue versioni, e sulla capacità di ciascun campo di farle dire ciò che gli conviene.
I rapporti smarriti dell’LAPD
A inizio luglio, a poche settimane dall’apertura, è emersa una complicazione di natura diversa. Alcuni rapporti d’indagine dell’LAPD, la polizia di Los Angeles, che l’accusa aveva richiesto, sono risultati introvabili o smarriti. Non è una voce da forum: lo ha confermato pubblicamente il procuratore aggiunto capo Marc DiGiacomo. Perché l’LAPD, in un caso giudicato in Nevada? Perché l’inchiesta sulla morte di Tupac ha sempre avuto due teatri, Las Vegas per la sparatoria, Compton e Los Angeles per il contesto, le rappresaglie dell’autunno 1996 e le indagini sui South Side Crips. Una parte della memoria documentale del caso dorme, o dormiva, negli archivi californiani.
Che dopo trent’anni manchino degli atti non ha nulla di straordinario in sé, ed è proprio questo il problema: il fascicolo è vecchio, i testimoni sono morti o dispersi, gli archivi hanno viaggiato. Ma l’ammissione pubblica di un procuratore, a un mese dal processo, dice quanto l’ostacolo sia reale. Per l’accusa sono elementi di riscontro in meno, in un fascicolo che poggia già molto su dichiarazioni. Per la difesa è un argomento bell’e pronto sull’affidabilità di un’inchiesta piena di buchi. Nel momento in cui scrivo non è stato annunciato nessun rinvio, e il calendario regge ancora: apertura il 10 agosto.
Che cosa questo processo può stabilire, e che cosa non potrà
Adesso va detta una cosa che la copertura mediatica di settembre probabilmente sommergerà. Questo processo non risponderà alla domanda che tutti si fanno, chi ha ucciso Tupac, nel senso in cui la intende il pubblico. Risponderà a una domanda più stretta: l’accusa ha provato, oltre ogni ragionevole dubbio, la colpevolezza di Duane Davis per i fatti contestati nell’atto d’accusa? Tutto qui. È già enorme, ed è molto meno di quello che ci verrà venduto.
Se la giuria condanna, la giustizia avrà indicato un responsabile, ma non avrà per questo scritto la storia completa di quella notte: chi sapeva cosa, chi ha coperto chi, perché l’inchiesta ha girato a vuoto così a lungo. Se la giuria assolve, non vorrà dire che Davis non era in macchina, né che c’era: vorrà dire che la prova non ha raggiunto la soglia richiesta, il che è una conclusione sul fascicolo, non sul reale. La verità giudiziaria e la verità storica sono due cose diverse, a volte si sovrappongono, mai del tutto. Trent’anni di controricostruzioni, documentari e teorie lo hanno mostrato a sufficienza, e ho già scritto quel che penso di questa macchina del mistero che gira da sola: nessun verdetto la fermerà. Un’assoluzione la rilancerà. Una condanna pure.
Quel che il processo può fare, invece, e che nient’altro poteva fare, è sottoporre quella notte a una procedura in contraddittorio. Testimoni sotto giuramento, atti depositati e discussi, un controinterrogatorio condotto da avvocati che hanno ciascuno interesse a smontare il racconto della parte avversa. Dal 1996 il racconto della morte di Tupac apparteneva alle memorie interessate, ai documentari a tesi, alle confessioni televisive inverificabili. Per qualche settimana apparterrà a un’aula dove ogni affermazione può essere contestata a viso aperto. Comunque vada a finire, di quei dibattimenti resterà una base di fatti passati al vaglio, ed è una materia che trent’anni di speculazioni non hanno mai prodotto.
Come seguirò tutto questo
Non sono un giurista e non giocherò al cronista giudiziario di professione. Ma questo sito esiste per capire un’opera, e quell’opera si è fermata all’angolo tra Flamingo e Koval, a venticinque anni. Quel che si dirà in quell’aula riguarda quindi direttamente ciò di cui parlo qui dall’inizio, la traiettoria di un artista che la logica dei campi ha finito per inghiottire. Pubblicherò dei punti della situazione durante le udienze, fattuali, senza fiammate, con la stessa regola di questo articolo: per Duane Davis vale la presunzione di innocenza, i suoi racconti sono cambiati, deciderà una giuria e nessun altro.
Da qui al 10 agosto, l’uso migliore del tempo non è rileggere le teorie. È tornare a ciò che questo caso ha interrotto. L’autunno 1996 è anche le sette settimane che separano la morte dall’uscita di The Don Killuminati, il disco inciso da un uomo che si sapeva braccato. Vi si sente quel che il tribunale non potrà mai mettere agli atti: lo stato d’animo della vittima. Al resto penserà la procedura. Appuntamento alle udienze.
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