L'eredità

Trent'anni senza Tupac: l'anno in cui tutto si rigioca

Di Selim Rochat · 23 luglio 2026 · 13 min di lettura

Domenica 13 settembre 2026 saranno trent’anni. Trent’anni da quando Tupac Shakur è morto all’University Medical Center di Las Vegas, un venerdì pomeriggio, a venticinque anni. Ho passato buona parte della mia vita di ascoltatore con quella data in testa, eppure devo scriverla nero su bianco per crederci: l’uomo che ancora oggi domina ogni conversazione seria sul rap è morto prima della fine del secolo scorso. Prima dello streaming. Prima che metà dei suoi ascoltatori attuali venisse al mondo.

Questo trentesimo anniversario non somiglierà a nessuno dei precedenti, e non è una formula da giornalista a corto di angolazioni. Due fatti, verificabili, lo distinguono da tutti gli altri. Il primo: quando il mondo ricorderà i trent’anni dalla sparatoria, una giuria sarà al lavoro a Las Vegas, nel processo all’unico uomo mai incriminato per quell’omicidio. Il secondo: nel momento in cui scrivo, fine luglio 2026, gli eredi di Tupac non hanno annunciato nulla. Niente cofanetto, niente cerimonia, nemmeno un comunicato. Nulla. La commemorazione ufficiale è un silenzio, e la commemorazione vera si terrà in un’aula della contea di Clark.

Questa pagina è il perno della quindicina che dedico all’anniversario su questo sito. La terrò aggiornata dal 7 al 13 settembre, seguendo le udienze e gli eventuali annunci. Serve anche da mappa: trent’anni di opera, di mito e di gestione postuma sono tanta materia, e preferisco darti dei sentieri piuttosto che un monumento.

Il processo è la commemorazione

Ripartiamo dai fatti, perché tutto nasce da lì. Il 10 agosto 2026 si apre, davanti a una giuria della contea di Clark, il processo a Duane Davis, detto Keffe D, circa sessantatré anni, unico uomo mai incriminato per l’omicidio di Tupac Shakur. Un grand jury del Nevada lo ha messo in stato d’accusa nel settembre 2023, è stato arrestato il 29 settembre 2023, e si dichiara non colpevole. Ho già raccontato in dettaglio la notte del 7 settembre 1996, ora per ora, e qui non ci torno. Quel che conta per capire il 2026 è il calendario: tre settimane separano l’apertura del dibattimento dal trentesimo anniversario della sparatoria. Il caso dei rinvii giudiziari ha sovrapposto processo e memoria. Nessuno lo ha voluto, tutti dovranno farci i conti.

L’udienza del 30 giugno 2026 ha fissato la cornice. La giudice Carli Kierny ha respinto l’isolamento totale della giuria e ordinato un isolamento parziale. Ha ammesso come prova il libro di memorie pubblicato da Davis nel 2019, “Compton Street Legend”, così come le sue dichiarazioni alla polizia, di cui la difesa chiedeva l’esclusione. Ha infine autorizzato l’accusa a invocare i presunti legami di gang per stabilire un movente. A inizio luglio si è aggiunto un ostacolo molto concreto: alcuni rapporti d’indagine del LAPD richiesti dall’accusa risultano introvabili o perduti, cosa che il procuratore aggiunto capo Marc DiGiacomo ha confermato pubblicamente. Nessun rinvio è stato annunciato a oggi.

E ora la frase che condiziona tutto ciò che scriverò durante le udienze: per Duane Davis vale la presunzione di innocenza. I suoi racconti pubblici sono cambiati negli anni, ha raccontato di essersi trovato nell’auto da cui sono partiti i colpi, ha anche sostenuto di essere stato pagato per mentire. L’accusa vi vede confessioni, la difesa vi vede una storia venduta. Io non deciderò, né in un senso né nell’altro, perché non è il lavoro di nessuno tranne che di una giuria. Ciò che il processo dirà, e ciò che non potrà mai dire, lo tratterò a parte durante la quindicina. Per lo sfondo, la vendetta tra fazioni che ha inghiottito il 1995 e il 1996, ho già messo tutto in fila nel mio racconto della guerra delle coste.

Durante la quindicina, questa pagina farà da sommario vivo. I primi due pezzi sono già online: una guida completa al processo, per seguire le udienze senza essere giuristi, e il racconto dei sei giorni d’ospedale, dal 7 al 13 settembre 1996, quella settimana sospesa di cui si parla sempre meno della notte che la precede. Il resto verrà ad agganciarsi qui seguendo l’attualità. Se arriva un rinvio, o se gli eredi escono finalmente dal silenzio, è qui che lo annoterò per primo.

Di fronte a questo frastuono giudiziario annunciato, il silenzio degli aventi diritto è assordante. Amaru, la società fondata da Afeni Shakur per gestire l’eredità del figlio, non ha comunicato niente nel momento in cui scrivo. Nessuna nuova tappa per la mostra “Wake Me When I’m Free”, nessun cofanetto anniversario, nessun concerto tributo ufficiale. Forse qualcosa arriverà a settembre. Forse no. Potrebbe anche darsi che questo silenzio sia una scelta: lasciare la scena alla giustizia, per una volta, invece di sovrapporre un prodotto commemorativo a un processo per omicidio. Non lo so, e lo dico per quello che è. Quel che constato, invece, è che un trentesimo anniversario è esattamente il tipo di data che le case discografiche e gli aventi diritto hanno l’abitudine di marcare, e che questo, per ora, non lo è. La scena è vuota. Se qualcosa cambia da qui a settembre, questa pagina lo dirà.

Dal paria al patrimonio: cosa hanno fatto trent’anni all’opera

Ci vuole uno sforzo di memoria per ricordare da dove veniamo. Nel 1992 il vicepresidente degli Stati Uniti, Dan Quayle, dichiarava pubblicamente che 2Pacalypse Now non aveva posto nella società americana. Un vicepresidente in carica, contro un album d’esordio rap. Tupac era allora un bersaglio politico, un imputato permanente, l’incarnazione di tutto ciò che l’America ufficiale temeva in questa musica. Trent’anni dopo è nella Rock and Roll Hall of Fame, lo si insegna all’università, e le stesse istituzioni che lo mettevano alla gogna lo citano come esempio di coscienza sociale. Il tragitto dal paria al patrimonio, pochi artisti lo hanno percorso così in fretta, e nessuno lo ha percorso da morto.

Questo ribaltamento non deve nulla alla nostalgia e tutto ai dischi. L’opera registrata in vita sta in cinque album e cinque anni, una densità che mi sbalordisce ancora. Dopo l’esordio incendiario, Strictly 4 My… affina il gesto politico, poi Me Against the World, scritto sotto minaccia e uscito durante la sua detenzione, raggiunge una profondità introspettiva che il rap non aveva mai sfiorato. All Eyez on Me inverte tutte le polarità in un doppio album solare e minaccioso insieme. E sette settimane dopo la sua morte esce The Don Killuminati, sotto la maschera di Makaveli, disco crepuscolare registrato in pochi giorni dell’agosto 1996, che milioni di ascoltatori hanno scoperto sapendo che il suo autore era morto. Nessuna discografia finisce così.

Quel che trent’anni hanno cambiato è la lettura. Questi dischi non si ascoltano più come bollettini d’attualità ma come classici, e reggono l’urto. I brani che l’America del 1993 trovava scandalosi passano oggi per documenti sociali di una lucidità inquietante, al punto che la parola sociologo, che altrove su questo sito uso senza ironia, non mi sembra eccessiva. “Dear Mama” è diventato uno standard universale sulle madri, ripreso e citato ben oltre il rap. “Changes”, che ho sviscerato in dettaglio, fa da colonna sonora a ogni dibattito americano su polizia e razza da un quarto di secolo, con quell’amarezza particolare dei testi che non invecchiano perché niente è cambiato. Quanto all’impronta lasciata su tre generazioni di rapper, da Kendrick Lamar alle scene francofone, l’ho mappata nel mio articolo sull’influenza di Tupac. Trent’anni dopo, non ci si chiede più se conti. Si misura quanto.

C’è un’altra cosa che il tempo ha fatto, più discreta. Ha spostato il baricentro della leggenda verso l’opera. Negli anni dopo la sua morte si parlava soprattutto del caso, delle teorie, del personaggio. Oggi, quando incontro giovani ascoltatori, mi parlano prima di tutto dei brani. Arrivano da una canzone sentita in un film, da un frammento pescato online, da una cover, e risalgono il filo senza passare dalla cronaca nera. È la rivincita più pulita che esista: la musica ha finito per essere più contagiosa del dramma. Il trentesimo anniversario, processo compreso, probabilmente non cambierà nulla di questo movimento di fondo. Farà rumore per qualche settimana. I dischi, intanto, lavorano da trent’anni.

Cinque porte per entrare nell’opera

Questo sito è costruito come una guida all’ascolto, non come un’enciclopedia, e l’anniversario è una buona occasione per ricordare come si percorre. Cinque porte, cinque usi. Puoi prenderle in ordine, o entrare da quella che corrisponde al tuo umore del momento. Un lettore incalzato dall’attualità del processo comincerà dall’eredità, un melomane dalle guide agli album, un cinefilo dai film. Nessuna richiede le altre, tutte si rispondono, ed è voluto: Tupac stesso circolava di continuo tra lo studio, il set, il quaderno di poesie e la tribuna politica. Un sito che lo racconta doveva fare lo stesso.

La prima porta è Ascoltare, ed è da lì che tutto deve cominciare. Ci trovi le guide agli album, dal primo grido del 1991 al labirinto delle uscite postume. Se parti da zero, ho scritto da dove cominciare proprio per te, con un itinerario d’ascolto progressivo che evita le trappole del catalogo. Chi ha fretta preferirà dieci brani per capire, che fa il giro dell’essenziale in un’ora di musica. Chi vuole capire la materia sonora in sé, gli studi, i produttori, la voce, troverà pane per i suoi denti nella rubrica: al suono di Tupac ho dedicato un articolo intero.

La seconda porta sono le Letture, le mie analisi brano per brano. Il principio: un titolo, un’immersione, dal contesto di registrazione alla posterità. È la parte del sito che preferisco scrivere, perché obbliga a riascoltare sul serio. Durante la quindicina, quella che risuonerà più duramente è probabilmente la mia lettura di Hail Mary, registrato poche settimane prima della sparatoria.

La terza porta è Sullo schermo. Tupac fu anche un attore, uno vero, non un cantante smarrito davanti a una macchina da presa, e la sua filmografia illumina l’opera musicale. Il punto d’ingresso evidente resta Juice, di cui parlo a lungo nella rubrica, perché il suo sguardo fa virare il film. Sul fronte documentari la produzione è sterminata e diseguale, ragione per cui ho separato i documentari che meritano il tuo tempo da quelli che riciclano gli stessi archivi.

La quarta porta è Testi. La bibliografia su Tupac riempirebbe uno scaffale, con il meglio e il peggio; la mia guida alle biografie separa l’uno dall’altro. E poi ci sono le sue parole: alla raccolta di poesie giovanili ho dedicato un articolo sulla rosa che crebbe nel cemento, che mostra un adolescente che si sognava poeta prima di diventare icona.

La quinta porta, infine, è Eredità, la rubrica in cui ti trovi. È qui che vivono i racconti di contesto, la guerra delle coste, la notte di Las Vegas, e il ritratto che domina tutti gli altri: quello di Afeni Shakur, Black Panther, madre, e infine custode dell’opera. Non si capisce nulla della traiettoria del figlio senza l’itinerario della madre, e non si capisce nulla della gestione postuma senza sapere chi l’ha fondata.

Il mito, la sua fabbrica e la sua gestione

Un artista morto a venticinque anni non gestisce più la propria immagine. Se ne occupano altri, e la storia di questi trent’anni è anche questa: la fabbrica di un mito, con le sue riuscite e le sue derive.

Il versante discografico, per cominciare. Tupac registrava a un ritmo forsennato, e ha lasciato casseforti piene. Ne è uscita una valanga di dischi postumi, dal migliore al superfluo: il primo, R U Still Down?, usciva già nel 1997, e Until the End of Time fu, nel 2001, il vertice commerciale. In questa produzione postuma ci sono brani magnifici e montaggi discutibili, a volte con ospiti che Tupac non aveva mai incrociato in vita. Piuttosto che condannare tutto o assolvere tutto, ho scritto una guida completa agli album postumi che fa la cernita disco per disco. Il crinale è stretto: ogni uscita prolungava la presenza dell’artista e diluiva un po’ la sua autorità sulla propria opera.

Il versante spettacolare, poi. Nell’aprile 2012 un ologramma di Tupac è apparso sul palco di Coachella accanto a Dr. Dre e Snoop Dogg. Ci ripenso spesso, perché quel momento condensa tutto il problema della memoria amministrata: tecnicamente strabiliante, emotivamente torbido. E commercialmente imbattibile, il che spiega il resto. Una parte del pubblico ha pianto, un’altra ha parlato di profanazione digitale, ed entrambe avevano le loro ragioni. Da allora la questione non ha fatto che ingigantirsi insieme agli strumenti: che cosa si fa della voce e dell’immagine di un morto che non ha firmato niente? La risposta degli eredi è variata con le epoche, tra lo sfruttamento intensivo degli anni Duemila e una gestione più museale in seguito, di cui la mostra “Wake Me When I’m Free” fu l’espressione più compiuta. Si può giudicare severamente questa gestione, e non me ne sono privato a seconda dei dischi. Bisogna però riconoscerle una cosa: ha mantenuto l’opera disponibile, rimasterizzata, presente su tutte le piattaforme, a portata di ogni nuova generazione. Cataloghi tenuti peggio sono spariti dalle memorie per semplici questioni di diritti. Questo no.

Resta il versante leggendario, il più duro a morire. La voce di una morte simulata è nata durante i sei giorni d’ospedale, ha prosperato sullo pseudonimo di Makaveli e rifiuta di spegnersi da trent’anni. Ho regolato i conti con questa teoria, con più tenerezza che fastidio, nel mistero Tupac, e confermo ogni riga: il mistero è un sintomo dell’attaccamento, non un’informazione. Il processo che si apre, del resto, rimetterà in moto la macchina, con ogni testimonianza a rilanciare le esegesi. Tanto vale saperlo in anticipo e tenere la testa fredda.

Dal 7 al 13 settembre: un programma d’ascolto

Chiudo con il concreto, perché il modo migliore di attraversare questa quindicina resta ascoltare. Ecco come conto di occupare le mie orecchie da lunedì 7 a domenica 13 settembre, senza nuove analisi, solo rimandi alle guide del sito per chi vuole approfondire strada facendo.

Lunedì 7, trentesimo anniversario della sparatoria, ascolterò All Eyez on Me per intero, perché è il disco di quel 1996, quello della libertà ritrovata e della festa sull’orlo del baratro, e la serata del 7 settembre doveva essere appunto una festa. Martedì 8, ritorno all’inizio con 2Pacalypse Now, per sentire da dove viene la rabbia. Mercoledì 9, Strictly 4 My…, il disco del militante che impara a prendere la mira. Giovedì 10, Me Against the World, il più intimo, quello che consiglio sempre per primo ai riluttanti. Venerdì 11, una giornata di letture più che di album: rileggere, nella rubrica Letture, le mie analisi di Keep Ya Head Up, So Many Tears e I Ain’t Mad at Cha, tre titoli che da soli disegnano l’estensione emotiva del personaggio. Sabato 12, The Don Killuminati, il disco d’oltretomba, da ascoltare in cuffia e tutto d’un fiato. E domenica 13, anniversario della morte, non programmerò nulla: quel giorno si rimette il brano che si ama di più, quello che ti ha agganciato la prima volta, e lo si lascia girare.

Questo programma non ha nulla di obbligatorio. È il mio, dice le mie preferenze, e il sito esiste precisamente perché tu costruisca il tuo. Un solo suggerimento di metodo, qualunque sia il tuo percorso: ascolta gli album per intero, nell’ordine dei brani, almeno una volta. Tupac costruiva i suoi dischi come racconti, con aperture e vere chiuse, e la riproduzione casuale delle piattaforme distrugge esattamente quel lavoro. Trent’anni dopo, la minima cortesia è prenderlo sul serio come architetto, non solo come fornitore di titoli sparsi.

Resta l’essenziale, che voglio scrivere senza enfasi. Mentre gli avvocati arringheranno a Las Vegas, mentre le televisioni rimanderanno in onda le stesse immagini della BMW nera, ci sarà, da qualche parte, qualcuno che scoprirà questa musica per la prima volta. È successo ogni giorno per trent’anni. È l’unica statistica che mi consola di tutte le altre. Questa pagina sarà aggiornata per tutta la quindicina, al ritmo delle udienze e degli annunci. L’opera, invece, non ha bisogno di aggiornamenti.

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