L'eredità
Afeni Shakur: la madre, la Panther, la custode
Di Selim Rochat · 9 luglio 2026 · 4 min di lettura
Senza di lei, di Tupac non si capisce niente. Ci ho messo anni a rendermene davvero conto, il giorno in cui ho smesso di considerare Afeni Shakur un personaggio secondario nella leggenda di suo figlio. Ha una storia sua, e quella storia comincia molto prima del giugno 1971.
La Panther del processo dei 21
Alla fine degli anni Sessanta, Afeni Shakur milita nella sezione newyorkese del Black Panther Party, ad Harlem. Organizza, scrive, si assume responsabilità. Nell’aprile 1969 la polizia arresta ventun membri del capitolo, accusati di un vasto complotto contro commissariati e luoghi pubblici di New York. Il caso dei Panther 21 diventa uno dei processi politici più lunghi nella storia dello Stato.
Quello che Afeni fa in quell’aula sfida la logica. Liberata su cauzione e poi rincarcerata, incinta, con decenni di prigione all’orizzonte, sceglie di condurre da sola una parte della propria difesa, unica imputata a presentarsi senza avvocato al fianco. Davanti alla giuria controinterroga un informatore infiltrato e gli fa ammettere il ruolo trainante degli agenti nei fatti contestati. Il 13 maggio 1971 la giuria assolve gli imputati da tutti i 156 capi d’accusa. Un mese dopo, il 16 giugno, dà alla luce un figlio che ribattezzerà Tupac Amaru Shakur, dal nome dell’ultimo capo della resistenza inca. Il bambino nasce, letteralmente, da una vittoria contro l’apparato dello Stato. Tutto il suo rapporto con il mondo discende da lì.
Gli anni bui
Il seguito è meno glorioso, e Afeni non l’ha mai edulcorato. Gli anni Settanta e poi Ottanta sono una lunga stagione di precarietà: traslochi continui tra New York, Baltimora e la California, le case famiglia, l’assistenza sociale. Alla fine degli anni Ottanta sprofonda nella dipendenza dal crack, proprio mentre il figlio adolescente comincia a scrivere. La ferita è profonda da entrambe le parti. Tupac ne parlerà pubblicamente, senza giri di parole ma senza rinnegarla, e nel 1995 ne farà uno dei gesti più commoventi della storia del rap: Dear Mama, omaggio a una madre guardata in faccia, con le sue colpe e la sua grandezza intrecciate. Rimando a quello che scrivevo su Me Against the World, l’album che contiene quel pezzo. La riconciliazione, intanto, era già in corso: Afeni si era disintossicata all’inizio degli anni Novanta e sarebbe rimasta sobria. Il figlio star e la madre ricostruita stavano reimparando a parlarsi quando tutto si è fermato.
La custode
Settembre 1996. Tupac muore a Las Vegas a venticinque anni, senza testamento, lasciando decine di canzoni inedite e contratti inestricabili. È Afeni a salire in prima linea. Si batte per recuperare le registrazioni, fonda Amaru Entertainment e prende in mano le pubblicazioni postume, da R U Still Down? già nel 1997 fino alle raccolte degli anni Duemila come Until the End of Time. Si può discutere la qualità altalenante di quelle uscite, l’ho fatto nella mia guida agli album postumi. Ma bisogna ricordare il contesto: senza di lei, quel catalogo finiva smembrato tra aventi diritto senza scrupoli.
Non si ferma alla musica. Nel 1997 crea la Tupac Amaru Shakur Foundation, dedicata ai programmi artistici per i giovani, che aprirà più tardi un centro d’arte in Georgia. Nel 1999 pubblica le poesie giovanili del figlio, quella raccolta di cui ho raccontato l’importanza in La rosa che crebbe nel cemento. Veglia anche sul racconto: è lei che affida, anni prima di morire, il progetto di una biografia di riferimento a Staci Robinson, amica d’infanzia di Tupac. Il libro uscirà nel 2023, e ne parlo nella mia guida alle biografie.
Dopo di lei
Afeni Shakur muore il 2 maggio 2016, in California, a sessantanove anni. Vent’anni quasi esatti dopo aver perso il figlio, lasciava dietro di sé un’opera protetta, una fondazione attiva, archivi intatti.
Il grande racconto della sua vita è arrivato sette anni più tardi. Dear Mama, la serie documentaria di Allen Hughes trasmessa nel 2023, riprende il titolo della canzone per raccontare in parallelo la madre e il figlio, la militante e l’artista, come due versioni di una stessa battaglia. Ai miei occhi è la cosa più giusta mai fatta su di loro, e ci torno nella mia panoramica dei documentari. Il gesto è bello: la canzone del 1995 era lo sguardo del figlio sulla madre; la serie del 2023 restituisce lo sguardo inverso.
La rosa della poesia è cresciuta nel cemento, sì. Ma qualcuno aveva piantato il seme, e difeso il marciapiede. Si chiamava Afeni.
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