L'eredità

R U Still Down? (1997): il primo postumo, e il più onesto

Di Selim Rochat · 9 luglio 2026 · 4 min di lettura

Copertina dell'album R U Still Down? (Remember Me) (1997)

Novembre 1997. È passato poco più di un anno dalla morte di Tupac a Las Vegas, e ricordo benissimo la mia diffidenza quando ho visto la copertina di R U Still Down? (Remember Me) tra gli scaffali. Un doppio album postumo, già. Il copione lo conoscevamo tutti: le case discografiche che raschiano il fondo dei cassetti, i produttori che incollano frammenti di voce su basi fabbricate a posteriori. Mi sbagliavo a diffidare, ed è precisamente questo a rendere il disco così particolare nel catalogo postumo.

Un disco pubblicato da sua madre, non da una macchina

Il contesto qui conta moltissimo. R U Still Down? esce il 25 novembre 1997 su Amaru, l’etichetta fondata da Afeni Shakur, in partenariato con la Jive. Amaru è il vero nome di battesimo di Tupac. Non è un dettaglio di marketing: è sua madre che riprende in mano l’eredità del figlio, dopo la parentesi Death Row e il caos legale seguito alla sua morte. Per capire il ruolo che ha avuto in tutto quello che è successo dopo, nel bene e nel male, ti rimando al mio ritratto di Afeni Shakur.

Quel che il disco contiene sono registrazioni del periodo 1992-1994. In altre parole, sessioni contemporanee di Strictly 4 My… e dell’avventura Thug Life, con qualche traccia che risale al dopo 2Pacalypse Now. Pezzi rimasti nel cassetto, scartati dalle tracklist dell’epoca, a volte per questioni di spazio, a volte perché Tupac correva più veloce del suo stesso calendario di uscite. L’uomo registrava a un ritmo che sfida la comprensione, e quei nastri dormivano.

Perché “onesto” non è una parola buttata lì

La grande differenza rispetto a quel che verrà dopo, e ci torno a lungo nel mio articolo su Until the End of Time, è l’assenza di produzione aggiuntiva pesante. Nessun featuring incollato da rapper che Tupac non ha mai incrociato in studio. Nessuna base rifatta da cima a fondo per suonare “attuale”. Quello che senti è in larghissima parte ciò che esisteva su nastro, ritoccato al minimo per la pubblicazione.

Il risultato è un’istantanea. Si sente il Tupac di prima della Death Row, di prima del carcere, di prima della paranoia finale di The Don Killuminati. Un rapper di ventuno, ventidue anni, ancora in piena costruzione, che oscilla tra la rabbia sociale degli esordi e la malinconia che esploderà su Me Against the World. È discontinuo, per forza. Un doppio album tirato fuori dagli scarti di studio non può avere la coerenza di un disco pensato come tale. Ma è discontinuo come è discontinuo un quaderno di schizzi: ogni pagina dice qualcosa di vero sulla mano che l’ha disegnata.

Do for Love e I Wonder If Heaven Got a Ghetto

Due brani hanno trainato il disco, e il loro status se lo meritano. Do for Love, costruito su un sample di Bobby Caldwell, mostra il Tupac seduttore e lucido sui rapporti di coppia, quella vena agrodolce che maneggiava meglio di chiunque altro nel rap degli anni Novanta. Il video, con il suo Tupac in plastilina, aveva qualcosa di dolcemente irreale: si animava un morto, letteralmente, e nessuno misurava ancora quanto quell’immagine annunciasse il seguito dello sfruttamento del catalogo.

I Wonder If Heaven Got a Ghetto, invece, mi commuove ancora oggi. Registrato anni prima della sua morte, il pezzo si interroga sull’aldilà, sulla povertà, sul posto dei suoi in un paradiso ipotetico. Ascoltarlo a fine 1997 era insostenibile e magnifico insieme. Il brano esisteva già in un’altra forma ai tempi degli esordi, e questa versione rielaborata ne fa una delle vette assolute della sua discografia postuma. Se dovessi tenere solo due pezzi del disco, sarebbero questi, ma ti perderesti belle cose negli angoli del secondo CD.

L’unico postumo quasi senza riserve

Peso le parole. Nella mia guida agli album postumi classifico le uscite successive al 1996 in tre categorie: i documenti fedeli, gli oggetti ibridi e i prodotti da sfruttamento. R U Still Down? è l’unico doppio album a stare saldamente nella prima. La mia sola riserva, ed è una riserva onesta, riguarda la durata: ventisei brani sono tanti, e il periodo documentato non è quello della sua piena maturità artistica. Chi scopre Tupac da questo disco non sentirà né la vetta del 1995 né il diluvio di All Eyez on Me.

Ma è proprio questo il punto: non è un disco per scoprire, è un disco per approfondire. Se stai iniziando, passa prima dalla mia guida da dove cominciare. Se conosci già i quattro album usciti mentre era in vita, R U Still Down? è la tappa successiva naturale, quella che colma il buco tra il 1993 e il 1995 e ti fa sentire un artista mentre diventa sé stesso. Nessun altro postumo te lo offrirà con questa integrità. Sua madre ha pubblicato un’eredità; altri, dopo, hanno gestito un filone commerciale. La sfumatura si sente dal primo ascolto.

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