L'eredità
Greatest Hits (1998) e Changes: la porta d'ingresso per il grande pubblico
Di Selim Rochat · 9 luglio 2026 · 4 min di lettura

Comincio con una confessione che farà arrabbiare i puristi: come metà degli europei della mia generazione, il mio rapporto con Tupac è stato plasmato da un best of. A fine 1998 Greatest Hits girava in tutte le camerette d’adolescenti della Svizzera romanda, masterizzato, copiato, prestato, rigato. Venticinque tracce su due CD, l’intera carriera compressa in due ore e spiccioli. Delle compilation si può dire molto male, e lo dirò più sotto. Ma negare quello che questo disco ha fatto per la trasmissione dell’opera sarebbe disonesto.
Un oggetto commerciale, ammettiamolo
Greatest Hits esce nel novembre 1998 su Amaru, Death Row e Interscope, con Jive nella partita. Già l’elenco delle etichette racconta da solo i negoziati che ci sono voluti per riunire in un unico oggetto i cataloghi Interscope e Death Row e gli inediti controllati da Afeni Shakur. Il risultato commerciale supera tutto ciò che il rap aveva conosciuto in materia: la compilation verrà certificata disco di diamante negli Stati Uniti, il che ne fa uno dei best of più venduti nella storia del genere, tra tutti gli artisti.
Il contenuto abbraccia l’intera traiettoria: le bordate di 2Pacalypse Now, l’introspezione di Me Against the World, i successi massicci di All Eyez on Me, una deviazione per Makaveli. Più quattro inediti, ed è lì che il disco smette di essere un semplice prodotto.
Changes, il pezzo che ha cambiato tutto in Europa
Tra quei quattro inediti figurano God Bless the Dead, una versione rimaneggiata di Troublesome, Unconditional Love e soprattutto Changes. Su quest’ultimo vale la pena fermarsi, perché la sua storia è affascinante. Il pezzo è stato registrato nel 1992, all’epoca delle sessioni che hanno alimentato anche R U Still Down?. È costruito su un sample di The Way It Is di Bruce Hornsby and the Range, quella ballata al pianoforte del 1986 che tutti conoscono senza saperla nominare. Il titolo è rimasto nel cassetto per sei anni, poi è uscito come singolo a fine 1998, due anni dopo la morte del suo autore.
E lì l’Europa ha preso fuoco. Changes è salito nelle classifiche dell’intero continente, è diventato il pezzo di Tupac che conosce anche tua zia, quello che senti ancora alla radio generalista. Constatazione della persistenza del razzismo, della povertà, della brutalità poliziesca, sorretta da un giro di piano di una tristezza luminosa: il pezzo condensa in quattro minuti e mezzo ciò che Tupac aveva passato la carriera a documentare. Che una traccia scartata dagli album quando era in vita sia diventata il suo più grande successo postumo la dice lunga, sulla profondità dei suoi archivi come sul caso che governa le traiettorie.
Anche Unconditional Love merita di meglio del suo status di comprimario. Scritto nell’ultimo periodo, il pezzo esplora la lealtà e l’amore incondizionato con una dolcezza che stride con l’immagine pubblica dell’era Death Row. È uno degli inediti postumi più toccanti, e troppo spesso resta dimenticato nell’ombra lunga di Changes.
Quello che le compilation appiattiscono
Adesso, il dibattito onesto. Una compilation mente per costruzione. Giustappone il Tupac militante del 1991 e il soldato Death Row del 1996 come se fossero lo stesso uomo nello stesso momento, cancella i contesti, trasforma album pensati come percorsi in una playlist di vette. Ascoltare Dear Mama fuori da Me Against the World significa sentire la canzone senza la notte che la circonda. E la scelta delle tracce, per forza di cose, privilegia i singoli: interi versanti dell’opera, in particolare il periodo Thug Life e le profondità di Strictly 4 My…, vi sono ridotti al minimo sindacale.
Con Tupac l’appiattimento è ancora più dannoso che altrove, perché le sue contraddizioni sono il cuore della faccenda. L’uomo che scrive Keep Ya Head Up e quello che scrive Hit ‘Em Up convivono, ed è questa vertigine a fare la grandezza dell’opera. La compilation leviga quella vertigine in semplice varietà di registri. Ne parlo più ampiamente nel mio articolo sulla sua influenza: ridurre Tupac ai suoi successi significa mancare quello che ha davvero lasciato.
Una mappa, non una destinazione
Allora, che farne di questo doppio CD? Usarlo per quello che è: una mappa. Greatest Hits è un eccellente strumento di orientamento, il migliore che esista per individuare in due ascolti i territori che ti parlano. Il pezzo del 1993 ti aggancia più del tormentone del 1996? Dritto all’album d’origine, per intero, nell’ordine. È esattamente il metodo che dettaglio in da dove cominciare con Tupac.
Quello che rifiuto è la compilation come destinazione finale, l’idea che con Greatest Hits il giro sia fatto. Non hai fatto nessun giro. Hai sorvolato un continente. Ma per questo oggetto imperfetto conservo una vera tenerezza: senza quel disco, milioni di ascoltatori europei, compreso l’adolescente che ero, forse non avrebbero mai messo piede su quel continente. Una mappa che mette voglia di viaggiare non è già poco. Per il seguito del catalogo postumo, e per sapere dove il viaggio va storto, la mia guida agli album postumi prende il testimone.
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