Guide all'ascolto
The Don Killuminati: il testamento sotto pseudonimo
Di Selim Rochat · 8 luglio 2026 · 5 min di lettura

Ci sono dischi che ascolti e dischi che ti guardano. The Don Killuminati: The 7 Day Theory appartiene alla seconda categoria. L’ho comprato all’uscita, nel novembre 1996, in uno stato d’animo strano che chiunque l’abbia vissuto riconoscerà: l’uomo era morto da meno di due mesi, e la sua voce usciva dalle casse come se avesse previsto tutto.
Una settimana d’agosto 1996
Prima i fatti, perché sono vertiginosi. L’album viene registrato nell’agosto 1996, in una settimana circa, da cui il sottotitolo The 7 Day Theory. La leggenda dello studio vuole che le voci siano state incise in tre giorni e il missaggio chiuso subito dopo. Anche mettendo in conto l’esagerazione naturale dei racconti d’epoca, il ritmo resta inaudito. Tupac lavorava allora come un uomo braccato. Ed era esattamente quello che era diventato.
Il 7 settembre 1996 viene crivellato di colpi a Las Vegas, all’uscita da un incontro di Mike Tyson. Muore il 13 settembre. L’album esce il 5 novembre 1996, meno di due mesi dopo. Un calendario che ha alimentato tutte le teorie immaginabili, ci torno più avanti. Ma soprattutto ha trasformato un disco di guerra in un testamento.
Makaveli, la maschera machiavellica
Tupac non firma questo disco con il suo nome. Diventa Makaveli, grafia personale di Machiavelli, di cui aveva letto Il Principe in prigione. Una scelta tutt’altro che aneddotica. Machiavelli è il teorico dell’astuzia, del potere conquistato e conservato con ogni mezzo e anche, nella lettura che ne dava Tupac, dell’idea di fingere per colpire meglio. Alcuni fan, dopo la sua morte, ci hanno visto la prova di una sparizione inscenata. Io a questo gioco non gioco. Quello che lo pseudonimo dice davvero è che un artista in guerra si inventa un doppio stratega, più freddo, più duro di Tupac Shakur.
Una parola sulla copertina, che descriverò solo a grandi linee per rispetto verso chi ne resta ferito ancora oggi: rappresenta Tupac in figura di crocifisso, dipinta da Ronald Brent, detto Riskie. All’uscita l’immagine fece scandalo. Eppure il libretto precisava l’intenzione: una crocifissione da parte dei media, non una blasfemia. Pubblicata dopo la sua morte, ha assunto un peso che nessuno aveva previsto.
Un suono da bunker
Musicalmente siamo agli antipodi del fasto solare di All Eyez on Me. Basta grandi nomi: Dr. Dre ha lasciato la Death Row e non è più il benvenuto. La produzione poggia su artigiani dell’ombra, Hurt-M-Badd e Darryl Harper in testa, e proprio questa essenzialità fa il colore del disco: tastiere minacciose, cori quasi liturgici, bassi che si aggirano nel buio. Un suono da bunker.
E quella voce. Più roca che mai, segnata, urgente. Su Hail Mary, il brano più spettrale del disco, Tupac rappa come si recita una preghiera prima dell’assalto, su un beat scheletrico di un’efficacia terrificante. Bomb First apre l’album come una pura dichiarazione di guerra, e Against All Odds, che lo chiude, regola i conti con la precisione di un verbale: nomi fatti, torti elencati. Nessun altro disco di Tupac si spinge così in là nell’attacco frontale.
Ci sono comunque momenti di respiro. Me and My Girlfriend porta avanti la metafora dell’arma amata come una donna, esercizio di stile brillante che Jay-Z e Beyoncé riprenderanno anni dopo a modo loro. Krazy e White Man’z World si riallacciano all’introspezione sociale di Me Against the World, e To Live and Die in L.A., quasi dolce, regala al disco il suo unico raggio di sole, una dichiarazione d’amore a una città che pure l’ha stritolato.
Nel cuore delle guerre East/West
Impossibile ascoltare questo disco fuori dal suo contesto. Nel 1996 il conflitto tra Death Row e Bad Boy Records, tra Los Angeles e New York, ha superato da un pezzo lo stadio della schermaglia verbale. Tupac è convinto che la costa Est sia legata all’agguato di cui è stato vittima nel 1994, e The Don Killuminati è la sua arma di rappresaglia finale. Notorious B.I.G., Puff Daddy, i Mobb Deep, Nas: quasi tutti ne escono colpiti, anche se il rapporto con Nas conoscerà una tregua poco prima della morte di Tupac.
Ascoltato oggi, questo versante del disco mette a disagio, ed è normale. Sei mesi dopo l’uscita, Biggie veniva assassinato a sua volta. Questi brani documentano una macchina infernale che nessuno ha saputo fermare. Ed è anche per questo che vanno ascoltati: non per scegliere una fazione, trent’anni dopo, ma per capire quanto è costata quell’epoca.
Perché ascoltarlo per ultimo
Nel mio ordine di ascolto metto The Don Killuminati in terza posizione, dopo Me Against the World e All Eyez on Me. Non è una questione di qualità: c’è chi lo considera il suo album migliore, e l’argomento lo capisco. È una questione di senso. Il disco sprigiona tutta la sua potenza solo se conosci già l’uomo: il figlio di una Pantera Nera diventato vulnerabile nel 1995, il trionfatore in cerca di rivincita del 1996. Solo allora misuri il crollo di temperatura, senti cosa c’è di inedito in quella voce roca, capisci che Makaveli non è un semplice pseudonimo ma un ultimo personaggio.
È anche l’ultimo album che Tupac abbia interamente concepito da vivo. Tutto quello che uscirà dopo risponde a un’altra logica, quella dei caveau e degli aventi diritto, che analizzo nella mia guida agli album postumi.
Quanto alle edizioni, il CD singolo originale, dodici tracce, resta perfetto. Il vinile è stato ristampato ufficialmente più volte e si trova senza difficoltà: è di gran lunga il modo più bello di possedere questo disco. Dodici brani, meno di un’ora. Una notte nera, attraversata da lampi. Ne esci stordito, e la data del 13 settembre 1996 non la dimentichi più.
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