L'eredità

Il mistero Tupac: irrisolto, e senza importanza

Di Selim Rochat · 9 luglio 2026 · 5 min di lettura

Comincio con una confessione: quando ho scoperto Tupac da adolescente, ho passato serate intere sui forum a spulciare le teorie. Gli indizi nascosti, le copertine, le date. Ci ho creduto, un po’, per un certo periodo. Poi sono cresciuto e, soprattutto, ho ascoltato. Oggi la mia posizione sta in una frase sola, che è anche la tesi di questo sito: il mistero Tupac è reale, ma non ha nessuna importanza. Lasciami difendere entrambe le metà di quella frase, perché una regge l’altra.

Il mistero è reale: un omicidio mai arrivato a processo

Prima i fatti, e soltanto quelli. Il 7 settembre 1996 Tupac Shakur viene crivellato di colpi a un semaforo di Las Vegas, nell’auto di Suge Knight, poche ore dopo un alterco all’MGM Grand. Muore per le ferite il 13 settembre, a venticinque anni. E poi, il nulla. Per ventisette anni uno degli omicidi più celebri della storia della musica non ha prodotto una sola incriminazione. Niente processo, niente colpevole, niente verdetto. Per un crimine commesso davanti a testimoni, nel cuore di una città tappezzata di telecamere e piena di poliziotti, è francamente sbalorditivo, e il contesto della guerra delle coste non spiega tutto.

Le cose si sono mosse solo nel settembre 2023, con l’arresto di Duane Davis, detto Keffe D, ex membro dei South Side Crips, incriminato per omicidio da un grand jury del Nevada. Il procedimento segue il suo corso, un processo è atteso nel 2026, e scrivo qui ciò che va scritto: quest’uomo è presunto innocente finché una giuria non avrà deciso altrimenti. Le sue stesse dichiarazioni passate, in interviste e in un libro, sono al centro del fascicolo, ma le dichiarazioni non sono un verdetto. Ecco lo stato esatto del mistero criminale: reale, antico, forse in via di risoluzione giudiziaria, forse no.

Il folklore: sette giorni, Makaveli e il Fiorentino

Accanto al mistero giudiziario c’è il folklore, e voglio trattarlo con la tenerezza ironica che si merita. La teoria dei sette giorni, per cominciare: colpito il 7 settembre, morto sette giorni dopo, a un’ora che si arrotonda con molta compiacenza, su un album postumo sottotitolato The 7 Day Theory che avrebbe registrato in sette giorni. Gli appassionati di numerologia ci hanno visto un codice. Io ci vedo soprattutto la prova che la mente umana trova dei sette ovunque, quando li cerca.

Poi c’è il grande classico: Tupac sarebbe vivo. L’argomento centrale poggia sul suo ultimo pseudonimo, Makaveli, preso in prestito da Machiavelli, che aveva letto in carcere. La leggenda vuole che il Fiorentino abbia consigliato di inscenare la propria morte per ingannare i nemici. È affascinante, ed è falso: cercheresti invano quel consiglio nel Principe, e Machiavelli stesso è morto una volta sola, nel 1527, senza fare storie. Tupac amava quel pensatore per ciò che diceva del potere, della lealtà e del tradimento, temi che saturano i suoi ultimi anni, come racconto nell’articolo sui tradimenti. Il resto, gli avvistamenti a Cuba, le foto sfocate, i messaggi nascosti su The Don Killuminati, obbedisce allo stesso meccanismo che tiene in vita Elvis nelle stazioni di servizio del Michigan. Si può sorridere senza disprezzare: se questo folklore esiste, è perché milioni di persone non hanno accettato quella morte. Un lutto mai elaborato, su scala generazionale.

E adesso, la seconda metà della mia frase

Ecco dove voglio arrivare. Ammettiamo che domani si risolva tutto: un verdetto, delle confessioni, la verità completa sui mandanti. Che cosa cambierebbe per Dear Mama? Per Brenda’s Got a Baby? Per la traversata notturna di Me Against the World? Niente. Assolutamente niente. L’opera è lì, chiusa dal settembre 1996, ed è immensa. Cinque album in studio pubblicati in vita, centinaia di brani registrati, due dischi doppi nello stesso anno, dei film, una raccolta di poesie. Nessuno aggiungerà una riga a quel corpus, e nessuno gliene toglierà una.

È per questo che diffido del mistero: funziona come una calamita che distoglie l’attenzione. Si è scritto dieci volte di più sulle circostanze della sua morte che sulla costruzione dei suoi album. Interi documentari ricostruiscono la notte di Las Vegas minuto per minuto, mentre quasi nessuno si è chiesto perché la sua voce sia doppiata su certi ritornelli e non su altri. La cronaca nera ha divorato l’artista, e questo sito esiste precisamente per rovesciare quel rapporto.

Ciò che è certo

Perché mentre si specula, ecco ciò che non fa mistero alcuno. Tra il novembre 1991 e la sua morte, cinque anni appena, Tupac ha ridefinito ciò che il rap poteva dire. Prima di lui potevi essere conscious o gangster, tenero o minaccioso, intimo o politico. Lui è stato tutto questo insieme, spesso nello stesso album, a volte nello stesso pezzo, e ha dimostrato che la contraddizione non era una debolezza ma un territorio. Ha fatto entrare la confessione nuda in una musica che coltivava la corazza. Ha scritto di sua madre, della paura di morire, delle ragazze madri e delle proprie colpe con una franchezza che nessuno ha eguagliato da allora. Artista cerniera in senso stretto: c’è un modo di rappare, di raccontarsi, di abitare il microfono che prima di lui non esisteva e che dopo di lui è ovunque, come ho provato a mostrare nell’articolo sulla sua influenza.

Allora sì, spero che la giustizia faccia il suo corso, per la sua famiglia e per la storia. Sì, seguirò il processo, e tutto quello che questo trentesimo anniversario rimetterà in moto, dalla pagina cardine della quindicina. Ma ormai conosco la gerarchia delle domande. Chi ha ucciso Tupac Shakur è una questione da tribunale. Ciò che Tupac Shakur ha lasciato è una questione d’ascolto, e quella puoi istruirla tu stesso stasera, cominciando per esempio dai miei dieci brani per capire. Il fascicolo è sul piatto. Il mistero aspetterà.

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