Sullo schermo
Above the Rim (1994): Birdie, il basket e la colonna sonora Death Row
Di Selim Rochat · 18 luglio 2026 · 7 min di lettura
Per me Above the Rim è stato prima un disco e poi un film. Nell’estate del 1994 Couleur 3 passava Regulate più volte al giorno, e ricordo di aver attraversato Losanna un sabato mattina per ordinare il CD della colonna sonora in un negozio di dischi della rue de Bourg, che ovviamente non lo aveva in magazzino. Tre settimane di attesa per un import americano. Il film l’ho visto solo mesi dopo, in VHS, e quel giorno ho capito che i due oggetti raccontavano la stessa storia: quella di un’etichetta di Los Angeles all’apice della sua potenza, e quella di un attore di ventidue anni che stava diventando il personaggio che interpretava.
Un film di basket a Harlem
Above the Rim esce negli Stati Uniti il 23 marzo 1994. È il primo lungometraggio di Jeff Pollack, un uomo di televisione arrivato dall’entourage di Benny Medina, con cui aveva sviluppato il concept all’origine di Willy, il principe di Bel-Air. Per il suo passaggio al cinema Pollack sceglie un territorio preciso: i playground di Harlem, i loro tornei estivi e quel confine poroso tra il basket di strada e l’economia della strada, quella vera.
L’eroe si chiama Kyle Lee Watson, interpretato da Duane Martin. Liceale prodigio, guardia spettacolare, punta a una borsa di studio per Georgetown e pensa che il talento basterà a tirarlo fuori dal quartiere. Intorno a lui gravitano tre figure che disegnano tre destini possibili. C’è Shep, incarnato da Leon, taciturno addetto alla sicurezza del liceo, ex promessa del basket newyorkese spezzata di netto dalla morte accidentale del suo migliore amico. C’è Bugaloo, l’amico d’infanzia affidato a Marlon Wayans, uno che si arrangia, simpatico, e sopravvive ai margini. E c’è Birdie, il fratello di Shep, boss del quartiere che finanzia una squadra per il torneo estivo e vuole arruolarci Kyle. È Tupac.
Sul piano della drammaturgia sportiva il film non inventa nulla, e nemmeno lo pretende. La sua forza sta altrove: nella grana documentaria delle scene di playground, girate con veri giocatori di strada, nell’afa delle sere d’estate newyorkesi, e in un caratterista al suo debutto sullo schermo, un certo Wood Harris, futuro Avon Barksdale di The Wire, già inquietante nei panni dello scagnozzo di Birdie. Si incrocia anche Bernie Mac, ex gloria ammaccata del quartiere. Non racconto il finale: meglio scoprirlo da soli, e retrospettivamente dà al film una gravità che la locandina da teen movie sportivo non lasciava sospettare.
Birdie, l’altro versante di Bishop
Due anni prima Tupac aveva lasciato tutti di sasso nei panni di Bishop in Juice, il ragazzino umiliato che scopre in una pistola l’unico potere che nessuno gli aveva mai concesso. Birdie ne è il prolungamento esatto, e il contrario. Bishop era una bomba a orologeria, imprevedibile, quasi patetico nella sua fragilità. Birdie invece è già esploso, ed è sopravvissuto all’esplosione. È un uomo arrivato, cortese, che regala tute ai ragazzini del quartiere e paga da bere a tutti al bar. La violenza per lui non è più una pulsione: è uno strumento di gestione, che il più delle volte delega.
Tupac interpreta tutto questo con un’economia notevole. In questo film sorride molto, e ogni sorriso è una minaccia rinviata. La scena in cui Birdie fa capire a Kyle cosa si aspetta da lui, senza mai alzare la voce, vale tutti i monologhi da cattivo del cinema degli anni Novanta. Dietro ogni scelta si sente la formazione teatrale di Baltimora: il corpo calmissimo, la voce posata, lo sguardo che fa tutto il lavoro.
Ciò che rende il ruolo perturbante è ovviamente la sua posizione nella traiettoria dell’attore. Tra Bishop e Birdie è cambiato Tupac stesso. Nel 1992 era un giovane rapper impegnato che interpretava un teppista. Nel 1994 i guai giudiziari si sono accumulati, l’immagine pubblica si è indurita e il personaggio da palco ha cominciato ad assomigliare pericolosamente ai personaggi da schermo. Birdie sta esattamente a metà strada tra la finzione di Juice e la vita reale che aspetta Tupac: l’etichetta di Suge Knight, i codici rivendicati del gangsterismo, la lealtà come moneta e come trappola. Il film, del resto, mette proprio questa domanda al centro, attraverso il legame tra Birdie e il fratello Shep: due fratelli usciti dallo stesso playground, uno che ha scelto la strada, l’altro che prova a tornarne indietro. Difficile non leggervi, col senno di poi, qualcosa del dilemma interiore dello stesso Tupac.
Girato prima della caduta
La cronologia accresce la vertigine. Le riprese si svolgono a New York nel 1993, prima che la situazione giudiziaria di Tupac precipiti. Quando il film esce nel marzo 1994 l’attore è nel pieno della tempesta: si avvicina il processo che lo porterà in prigione all’inizio del 1995, e la sparatoria dei Quad Studios arriverà nel novembre dello stesso anno. Above the Rim è così il suo ultimo grande ruolo uscito prima dell’incarcerazione. Il pubblico scopre Birdie nel momento preciso in cui la stampa americana non parla più di Tupac attore ma di Tupac imputato.
Questa collisione tra lo schermo e la cronaca giudiziaria ha confuso a lungo la ricezione del film. In molti ci hanno visto soltanto un rapper controverso che recitava se stesso. È un errore di lettura: Birdie è una composizione, costruita, controllata, ad anni luce dalla personalità vulcanica che Tupac mostrava allora nelle interviste. Rivedere il film oggi, ripulito dal rumore dell’epoca, significa ritrovare un attore in pieno possesso dei suoi mezzi, al vertice di una traiettoria cinematografica che sarà durata appena cinque anni.
La colonna sonora, colpo da maestro di Death Row
Resta l’altra metà dell’oggetto, quella che mi aveva fatto attraversare Losanna: il disco. La colonna sonora arriva alla vigilia dell’uscita del film, il 22 marzo 1994, su Death Row e Interscope, sotto la supervisione di Suge Knight. Per l’etichetta la posta in gioco è strategica. Dopo The Chronic di Dr. Dre alla fine del 1992 e Doggystyle di Snoop alla fine del 1993, si tratta di dimostrare che Death Row può vendere milioni di dischi senza un album delle sue due locomotive. Scommessa vinta: la compilation si piazza in testa alle classifiche R&B, sale altissima nella Billboard 200 e finisce doppio disco di platino.
L’arma segreta si chiama Regulate. Warren G e Nate Dogg, due ragazzi di Long Beach, vi raccontano una disavventura notturna su un campione preso in prestito da Michael McDonald, in un dialogo tra canto e rap di una fluidità che nessuno aveva mai sentito prima. Il pezzo diventa uno dei maggiori successi del 1994, numero due nelle vendite americane di singoli. Ironia squisita: Warren G, fratellastro di Dr. Dre, non era nemmeno sotto contratto con Death Row. Suge Knight ha semplicemente fiutato il pezzo e se lo è preso per la sua compilation, riassunto piuttosto puro del suo metodo.
Nemmeno Tupac apparteneva ancora all’etichetta. Eppure c’è, con Pour Out a Little Liquor, accreditato a Thug Life, il suo collettivo di allora: un omaggio agli amici scomparsi, cupo e raccolto, che annuncia i grandi brani di lutto della sua carriera successiva. Retrospettivamente, la sua presenza su un disco Death Row nel 1994 somiglia a una prefigurazione: diciotto mesi più tardi Suge Knight lo farà uscire di prigione in cambio della firma, aprendo il capitolo più incandescente e più distruttivo della sua vita, quello che racconto nella guerra delle coste. Intorno a questi due capisaldi il disco allinea il G-funk della casa, l’Afro Puffs di The Lady of Rage e una manciata di tracce R&B firmate SWV o H-Town che sono invecchiate peggio, ma fanno parte del fascino.
Perché questo disco merita un posto in casa vostra
Trent’anni dopo il mio verdetto non è cambiato: il film è un’ottima sorpresa da rivedere, ma la colonna sonora è un titolo indispensabile per qualsiasi discoteca hip-hop degli anni Novanta. È il documento più fedele su ciò che Death Row rappresentava nella primavera del 1994, tra l’età dell’oro del G-funk e l’arrivo di Tupac, ed è anche, molto semplicemente, un perfetto disco di primavera, coerente dall’inizio alla fine, cosa rara per una compilation da colonna sonora. L’edizione CD originale si trova ancora a un prezzo ragionevole, e il doppio vinile, nel frattempo ristampato, rende giustizia ai bassi rotondi delle produzioni dell’epoca; è in questa forma che Regulate e Pour Out a Little Liquor suonano meglio. Se doveste possedere una sola colonna sonora di quel decennio, sarebbe questa.
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