Sullo schermo
Poetic Justice (1993): Lucky, davanti a Janet Jackson
Di Selim Rochat · 9 luglio 2026 · 4 min di lettura
La prima volta che ho visto Poetic Justice aspettavo il Tupac di Juice. Bishop, la rabbia, lo sguardo che mette paura. E per due ore ho guardato un giovane postino portare a spasso un furgone della posta lungo la costa californiana, tenere la figlia sulle spalle e provare, goffamente, a sciogliere una parrucchiera murata nel suo lutto. Lo shock c’era, ma non quello che credevo. Questo film mostra un Tupac che molti non si sono mai presi la briga di scoprire.
Il secondo film di Singleton
Nel 1993 John Singleton arriva da Boyz n the Hood, che a 24 anni ha fatto di lui il più giovane regista mai candidato all’Oscar per la regia. Tutti si aspettano un seguito nella stessa vena, duro, urbano, maschile. Singleton fa l’esatto contrario. Poetic Justice è un road movie sentimentale raccontato dal punto di vista di una donna, Justice, parrucchiera a South Central, che scrive poesie da quando il suo ragazzo è stato ucciso davanti ai suoi occhi.
Justice è Janet Jackson, al suo primo grande ruolo al cinema. Al suo fianco, Singleton pensa prima a un altro attore, poi ci ripensa e ingaggia Tupac, che aveva già notato e che ritroverà da protagonista. La scommessa è audace. Tupac arriva da Juice, dove interpretava un adolescente che scivola nell’omicidio. Qui deve reggere la metà romantica del film.
Lucky, postino e padre
Lucky non ha niente del boss di strada. Smista la posta, sogna vagamente la musica, e soprattutto cresce da solo sua figlia Keisha, strappata a una madre tossicodipendente. È questo dettaglio a cambiare tutto. Tupac recita la paternità con una tenerezza disarmante, senza mai forzare. Quando tiene la piccola in braccio non vedi più l’icona del rap, vedi un ragazzo di 21 anni che prende sul serio il suo ruolo di padre.
Il film poggia poi su un dispositivo semplice. Justice, in rotta con la sua auto, sale sul furgone postale di Lucky per un viaggio da Oakland a Los Angeles, con una coppia di amici in aggiunta. Si detestano, litigano, si avvicinano. Niente di rivoluzionario sulla carta. Ma l’alchimia tra Jackson e Shakur fa il suo lavoro, proprio perché è ruvida. Le loro liti suonano vere, i loro silenzi anche.
Le poesie di Maya Angelou
A dare al film il suo colore particolare sono le poesie che Justice legge in voice over lungo tutto il racconto. Non sono di Singleton né di uno sceneggiatore anonimo. Sono di Maya Angelou, l’immensa poetessa americana, che ha accettato di prestare i suoi testi al personaggio e che nel film compare pure, giusto il tempo di una riunione di famiglia.
L’aneddoto che preferisco viene dal set. Un giorno Angelou incrocia un giovane fuori di sé, sul punto di venire alle mani, e si prende il tempo di calmarlo parlandogli del suo valore, di quello che intere generazioni avevano pagato perché lui fosse lì. Non sapeva chi fosse. Era Tupac. Racconterà più tardi che era finito in lacrime. Se conosci la sua raccolta di poesie giovanili, di cui parlo in La rosa che crebbe nel cemento, l’incontro tra questi due assume una risonanza pazzesca.
La storia del test
Impossibile parlare di Poetic Justice senza la vicenda del test. Prima di girare le scene di bacio con Janet Jackson, l’entourage della cantante avrebbe preteso che Tupac si sottoponesse a un test HIV. Lui la prese malissimo, e lo si capisce. La sua risposta, riferita in seguito dallo stesso Singleton, stava in una riga: avrebbe fatto il test il giorno in cui si fosse trattato di andare a letto con lei per davvero, non prima. Rifiutò, le scene furono girate lo stesso, e l’episodio è rimasto come simbolo della diffidenza che l’industria gli opponeva, perfino nel momento di aprirgli le porte.
Cosa rivela il ruolo
Il Tupac attore viene spesso ridotto ai suoi personaggi duri, Bishop in Juice, Birdie in Above the Rim, di cui parlo negli ultimi ruoli. Lucky dimostra che poteva reggere l’esatto opposto. La scena in cui apprende una tragedia familiare a metà film, con il viso che passa dall’incredulità al crollo, resta per me uno dei suoi momenti più belli da attore. Nessun virtuosismo, nessuna posa. Solo uno che incassa.
È questa dolcezza, questa vulnerabilità rivendicata, che negli stessi anni ritrovi su disco, in particolare nei brani più intimi di Strictly 4 My… e poi di Me Against the World. Il cinema non ha inventato quel Tupac. Lo ha semplicemente filmato da vicino.
Dove vederlo oggi
Poetic Justice si trova senza difficoltà a noleggio o in acquisto digitale sulle piattaforme abituali, Apple TV e Amazon in testa, e circola con regolarità nei cataloghi in abbonamento, a seconda delle rotazioni dei diritti. Esiste anche l’edizione Blu-ray americana, facile da reperire d’importazione per chi, come me, ama possedere le cose.
Un ultimo consiglio. Guardalo in lingua originale. La voce di Tupac, il suo ritmo, le sue esitazioni calcolate fanno parte della recitazione. E se scopri il suo cinema da questo film invece che da Juice, avrai fatto il percorso al contrario di tutti. Non è un male. Vedrai prima l’uomo che avrebbe potuto diventare sullo schermo, e solo dopo quello che Hollywood preferiva fargli interpretare.
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