Guide all'ascolto
Qual è il miglior album di Tupac? Una classifica ragionata
Di Selim Rochat · 28 settembre 2026 · 4 min di lettura

La domanda torna ogni volta che si parla di Tupac e sembra sempre più semplice di quanto sia. Una classifica mente un po’ per natura: allinea su un’unica scala dischi nati per ragioni, in anni e in umori diversi. Invece di pretendere una verità, preferisco dichiarare i miei criteri e lasciare che ciascuno rifaccia il conto. Ne tengo tre. La scrittura, anzitutto: ciò che il testo fa di ciò che racconta. La coerenza, poi: se un disco regge dal primo all’ultimo brano. Il riascolto, infine, che è il vero giudice, quello che si ritrova anni dopo, quando l’effetto novità è svanito.
Questo testo non sostituisce la mia guida su da dove cominciare, che risponde a un’altra domanda: quali tre dischi aprono la porta. Qui si confronta.
Il podio
Con questi criteri metto in testa Me Against the World. Uscito il 14 marzo 1995, mentre il suo autore era in prigione, ha preso il primo posto della Billboard 200, cosa rara per un artista incarcerato. Ma non è l’aneddoto a classificarlo. È la tenuta: produzioni morbide e soul, una voce all’altezza di una confidenza, una paura di morire giovane che attraversa tutto senza mai diventare un espediente. Quanto a scrittura, nessun altro disco di Tupac è altrettanto costante. Quanto a riascolto vince ancora, perché invecchia insieme a chi lo ascolta.
Secondo, All Eyez on Me, uscito il 13 febbraio 1996. Questo doppio album di ventisette brani è il contrario del precedente: ampio, luminoso, pieno di ospiti, tagliato per la decappottabile. Perde punti in coerenza, perché un doppio contiene riempitivi, ma guadagna in ampiezza, e i suoi momenti migliori sono quelli di un artista che sa esattamente quanto vale. Per l’energia pura e la potenza di fuoco, è lui.
Terzo, The Don Killuminati, uscito con il nome di Makaveli il 5 novembre 1996, meno di due mesi dopo la morte del suo autore. È breve, cupo, registrato con un’urgenza che si sente. Lo si legge spesso attraverso la leggenda che lo circonda, ed è un peccato: preso come disco, possiede un’unità di tono che pochi album raggiungono. Lo metto dietro gli altri due perché richiede di aver già ascoltato Tupac, e perché la sua cupezza stanca alla lunga.
L’esordio, o la questione della ruvidezza
2Pacalypse Now (novembre 1991) è il disco d’esordio, quello della coscienza sociale frontale e delle produzioni ruvide. Ha il difetto delle sue qualità: la rabbia si vede più dell’arte. Ma è il modo migliore per capire da dove viene la scrittura di tutto ciò che segue, e alcuni brani non sono invecchiati di un giorno. Lo colloco al quarto posto, con il rispetto dovuto alle fondamenta.
I sottovalutati
Due dischi meritano più della loro fama. Strictly 4 My…, uscito il 16 febbraio 1993, è più duro e più libero del predecessore e fissa l’equilibrio tra rabbia e tenerezza che diventerà la firma di Tupac. Molti lo dimenticano nelle classifiche, a torto. E Thug Life: Volume 1, disco di gruppo del 26 settembre 1994, è irregolare, ma illumina una filosofia che il resto dell’opera dà per scontata. Nessuno dei due vincerebbe un voto popolare. Entrambi guadagnano a essere ascoltati una volta esaurito il podio.
Restano i dischi postumi, che formano un continente a sé. Li tratto nella mia guida alla cernita degli album postumi, perché non si possono confrontare onestamente con album che l’autore ha finito lui stesso.
Il miglior album secondo l’uso
Una classifica fissa è una cattiva bussola. Preferisco rispondere per situazione. Per la notte, da soli, con le cuffie, Me Against the World, senza discussione. Per la strada, con i finestrini abbassati, All Eyez on Me, perché è stato fatto per questo. Per la palestra o per tutto ciò che chiede aggressività, piuttosto The Don Killuminati, con la sua tensione costante. Per leggere i testi come si legge un libro, fermandosi, 2Pacalypse Now e Strictly 4 My…, dove la scrittura si lascia vedere più da vicino. E se non sai da dove entrare nei brani stessi, dieci brani per capire Tupac ti fa fare il giro in una serata.
Ciò che questa classifica non dice
Non dice che i dischi in fondo siano brutti. Dice che, sui miei tre criteri, richiedono un po’ più di impegno a chi scopre. Non dice nemmeno che un altro ascoltatore classificherebbe allo stesso modo: chi ama l’energia sopra ogni cosa metterà All Eyez on Me in testa, chi cerca la confessione sceglierà il mio. Entrambe le posizioni si difendono, ed è il segno che nessuno di questi dischi mette tutti d’accordo, il che, per un artista così discusso, non sorprende. Rifai dunque l’esercizio con i tuoi criteri: la durata del disco, la qualità degli ospiti, il posto dell’umorismo, o semplicemente il ricordo di un primo ascolto. La classifica che ne uscirà sarà più giusta della mia, perché sarà la tua.
Se la classifica ti fa venire voglia di possedere il disco invece di ascoltarlo in streaming, la mia guida al vinile spiega quali stampe cercare e quali contraffazioni riconoscere. E qualunque ordine sceglierai, ascolta ogni album per intero almeno una volta. Un disco di Tupac si giudica raramente dal suo brano migliore, e quasi sempre da ciò che fa dei suoi silenzi.
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